Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Quo vadis?

Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato.

Che valga la pena di tentare ce lo suggerisce anche il signor Palomar, che con il celebre osservatorio ha in comune solo l’atto dello scrutare, limitato però a ciò che gli accade intorno seppur in una prospettiva cosmica.Scrutare e descrivere, dissezionare, scomporre, sbucciare e scarnificare fino a raggiungere il nòcciolo, con un’inconsapevole prossimità all’immagine del mandorlo di Luz e al luz stesso, il nucleo nascosto e inviolabile, probabilmente indistruttibile e imperituro, che costituisce una delle immagini più affascinanti del “nocciolo dell’immortalità” proprio degli esseri umani, di fronte al quale si arresterebbe persino l’Angelo della Morte.

Ma si diceva del Palomar di Calvino, e del suo umanissimo e paziente cammino verso la saggezza attraverso l’attenzione nei confronti della fitta rete di relazioni tra i fenomeni, la loro possibilità di raggruppamento in insiemi e sottoinsiemi, l’osservazione rigorosa seguita da un’altrettanto puntigliosa classificazione degli stessi, che si tratti di leggere un’onda o prestare orecchio al fischio di un merlo, di contemplare luna e stelle o la pancia di un geco, di analizzare “le basi materiali dell’esistenza” facendo la spesa o di mordersi la lingua tre volte prima di affermare qualcosa, ovunque le parole tacciano ed egli trovi necessità di ricostruire l’alfabeto perduto.

La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse.

Con uno sforzo ed un impegno degni di Sisifo, Palomar non desiste dall’esperimento neppure quando si accorge che, concentrandosi su ogni cosa minima isolandola dal resto, senza memoria né futuro, un prima e un dopo, le variabili si moltiplicano sotto i suoi occhi proprio nel momento in cui sembra possibile cominciare a tirare le somme. Senza accorgersi che l’attitudine meditativa lascia – nonostante tutto – il suo sguardo al di fuori di lui: uno sguardo esterno che si ferma ad un’osservazione esterna, senza mai giungere al cuore, al centro, al mandorlo di Luz.

Tutto da rifare, sempre in bilico tra ordine e caos, tra terra e cielo, con l’ultima possibilità: dirigere l’osservazione verso se stesso, tentare di incontrarsi diventando il filtro del proprio occhio sul mondo. E quand’anche tutto crollasse, in realtà la torre continua a crescere puntando al cielo. Lontana dal suo obiettivo ma in direzione di esso.

Se i corpi luminosi sono carichi di incertezza, non resta che affidarsi al buio, alle regioni deserte del cielo. Cosa può esserci più stabile del nulla? Eppure anche del nulla non si può essere sicuri al cento per cento.Palomar dove vede una radura del firmamento, una breccia vuota e nera, vi fissa lo sguardo come proiettandosi in essa; ed ecco che anche lì in mezzo prende forma un qualche granello chiaro o macchiolina o lentiggine; ma lui non arriva a esser sicuro se ci sono davvero o se gli sembra solo di vederli. Forse è un chiarore come se ne vedono ruotare tenendo gli occhi chiusi (il cielo buio è come il rovescio delle palpebre solcato da fosfèni); forse è un riflesso dei suoi occhiali; ma potrebbe anche essere una stella sconosciuta che emerge dalle profondità più remote.

(dalla Contemplazione delle stelle)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 luglio 2005 da in Italo Calvino con tag .

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