Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Approdi

santoriniLa vista della spiaggia, quello spettacolo di gente civile che sull’orlo dell’elemento si abbandona a una gioia sensuale e spensierata, lo dilettò e lo rallegrò come non mai.
Davanti alla lunga schiera delle capanne e alle loro piattaforme, su cui sedeva la gente come su piccole verande, era vivacità di moto e pigro allungarsi nel torpore; si scambiavano visite e conversari, accurate eleganze mattutine si affiancavano alle nudità che audaci e placide assaporavano la libertà concessa in quel luogo.
«Rimarrò, dunque» si disse Aschenbach. Dove poteva star meglio? E, giunte le mani in grembo, lasciò che i suoi occhi errassero nella lontananza marina, che il suo sguardo scivolasse, si perdesse, si frangesse nella caligine monocroma dello spazio deserto. Da profondi motivi nasceva il suo amore per il mare: bisogno di riposo dopo il duro lavoro dell’artista che, dinanzi all’invadente multiformità delle apparenze, aspira a rifugiarsi in seno all’immensa semplicità; e nello stesso tempo, una tendenza colpevole, affatto opposta al suo compito e appunto perciò piena di seduzione, verso l’inarticolato, l’indeterminato, l’eterno: verso il nulla. Riposare nella perfezione è l’anelito di chi si affatica verso l’eccelso; e non è forse anche il nulla una forma di perfezione?

(Thomas Mann, La morte a Venezia)

Viaggiamo per mare e presupponiamo una riva, di sicuro quella da cui prendiamo il largo, grazie alla quale l’andare ha un senso. E così, pure, aneliamo ad un fine che dia un senso anche all’attesa di fronte a quella pagina bianca che ci terrorizzava, fin quando la scrittura non ha cominciato a riempirla con la forma dei pensieri.

E l’approdo è lì, dove qualcosa muore arrivando dal mare, ma dove qualcosa inizia – in prospettiva rovesciata – i sogni (ad esempio), o un nuovo viaggio.

Che mare sarebbe senza terra, senza una nuova riva, che sia isola, o spiaggia, confine oggettivo ancorché mutante e incerto in cui l’uno si versi nell’altra? E che terra, se non fosse possibile specchiarsi nell’acqua riconoscendo nel proprio viso il sogno dell’isola – e non più l’abisso – con i suoi confini di sabbia lucente, le sue scogliere impervie, le correnti avverse, gli anfratti di calma apparente?

Nella sabbia ogni impronta lasciata diluisce l’ansia, sfalda le tensioni, si adegua alla forma dell’acqua, non pensa a un altrove. Svanisce, consentendo di rinascere ad ogni passo, perché un lembo di spiaggia è una momentanea quiete tra due tempeste, la temporanea e breve resa del mare alla terra, prima di una nuova lotta.

Camminare sulla riva arrivando dal mare ci fa abitare una spiaggia e una terra più intime e sfuggenti, in cui il nostro respiro si fa tutt’uno con il suo, in un affanno leggero di carezza e parola. Si ha persino il tempo di tradurre nel vento un alfabeto antico, di sfogliare conchiglie e relitti senza punteggiatura né “a capo”, di coniugare le azioni solo all’infinito.
In un modo che non si sa raccontare.

L’ignoranza non ammira il mare, perché ha poco o nulla da scrivere col pensiero su quella immensa pagina pulita, e l’immensità semplice non è bella che per chi pensa.

(Edmondo De Amicis, Sull’oceano)

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Questa voce è stata pubblicata il 1 settembre 2005 da in Edmondo De Amicis, Thomas Mann con tag , .

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