Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Isole felici

Kérkira, prima tra le Ionie, mi apparve all’alba, serrata sul suo promontorio dalle fortificazioni veneziane situate sulle alture.

Non so se fu l’aria ancora carica degli umori notturni, l’incertezza della luce o lo spicchio di arcobaleno improvvisamente comparso a fendere le nuvole, ma l’approssimarsi lentamente a lei fu come entrare in una tela di Böcklin e intingere le dita nella tavolozza che aveva creato quelle alture tozze rivestite di bosco da cui spuntavano a tratti rare guglie di cipressi in gruppi come dita impresse sulle labbra dell’orizzonte nel segno del silenzio.

Una sorta di visione, non vi è dubbio, a ricordare l’approssimarsi all’isola del sogno. Perché tale era il paese dei Feaci, coloro ai quali Odisseo deve raccontare e raccontarsi, condizione necessaria prima di riapprodare ad Itaca.

Solo dopo che gli è stato concesso e in qualche modo imposto il racconto della sua vita può far ritorno all’origine e al porto della sua vita. Solo dopo il sogno e il racconto, il racconto che ha luogo nell’Isola del Sogno, l’uomo può tornare a se stesso, alla sua propria isola.

Odisseo supera la prova, quella che insegna a possedere il proprio passato. Da mortale, certo, nel tempo, ma lo possiede. Solo l’ultima di una serie di fasi della conoscenza, di prove necessarie al ritorno passate attraverso luoghi dell’incanto e della magia, quali furono le acque seducenti di Circe e Calipso o l’orrore delle Sirene. L’isola del sogno, dunque, quella dell’iniziazione al sogno definitivo, quella che attraverso il racconto di sé, della trasfigurazione della propria esperienza consente il ritorno.

E mentre nella visione mythos e logos si fronteggiavano armati fino ai denti, appresi che Korkira era figlia di un fiume, che Poseidon la amò, la rapì e la portò su un’isola, quella che avevo di fronte a me, cui diede il suo nome. Dal loro amore nacque Feax, e la storia di Odisseo ricominciò a scorrere nelle acque appena increspate dalla brezza, quello spirito greco che ancora soffia sulla dolcezza delle colline che scivolano verso l’orlo di costa disegnando le sue fascinose baie di sabbia e di vento, profumate di olivi, alloro e mirto, lentisco e agrumi. E leggendaria felicità.

Il tempo di pensarci e – come potete vedere anche voi – Odisseo aveva già preso il largo con i doni di Alcinoo…

Questo non può essere ci disse il battelliere,
a meno che precipitiamo ignari alla rovina.
Perché quelle stesse isole che di quando in quando appaiono
non sono terraferma, né contrade sicure,
ma pezzi di terra vaganti che corrono qua e là
nel mare immenso; per questo son chiamate
le Isole Vaganti; per questo fanno paura;
perché spesso hanno tratto molti avventurosi
in terribili pericoli e in situazioni senza uscita;
perché chiunque vi ha posato sia pure una volta
il piede, mai più fermo potrà appoggiarlo,
ma sempre andrà vagando incerto e malsicuro.

(Edmund Spenser, da Le isole incantate di Herman Melville)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 settembre 2005 da in Edmund Spenser, Herman Melville, Omero, Roberto Mussapi con tag , .

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