Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Isole luminose

Esiste nell’Egeo un grande altopiano sottomarino le cui vette sporgono dal pelo dell’acqua come misteriose efflorescenze, danzando in circolo e tenendosi per mano.

Essere la più bella tra 224 isole dal clima dolce come un abbraccio – come solo quello del Mediterraneo può essere. È il destino fascinoso di una terra chiamata in antico Kalliste, ed oggi Thìra, meglio ancora Santorini.

E poco importa se qui o nei paraggi Atlantide sia davvero esistita, e lei ne sia il misterioso relitto.
Poco importa se la zolla di terra che Eufemo ricevette in dono da Tritone sia stata o meno restituita a Nereo, dio del mare calmo, per riemergere dalle acque più splendida che mai prima che l’ira di Zeus verso i Titani ne lacerasse il cuore imprimendo il segno della mano del dio irato nelle insenature e nella caldera. Poco importa tutto ciò al grappolo di case avvinghiate lungo il dorso incenerito di una terra più volte esplosa e cresciuta su se stessa, scomparsa e riemersa dalle sue stesse ceneri come una fenice al di sopra di ogni mito.

E al vento, il re dell’isola, e alla luce, sua sposa.

C’è un grado di felicità misurabile anche dal peso dei pezzi di frutta che affondano in una coppa di yoghurt bianchissimo e cremoso.
Bianco e blu.
Latte, neve, calce, luce, polvere.
Cielo e mare.
Come sentirsi a casa, per chi – come me – all’ombra di un vulcano sonnacchioso ci è nato ma conosce anche la luce emanata dalla calce di interi presepi, quel manto luminescente come una coltre di neve calda che puoi distinguere anche di notte, quando l’occhio è sulla stessa lunghezza d’onda delle stelle.

La terrazza ripara poco dalla luce accecante, e qui la luce è tutto. Dicono che una luce così abbia aiutato gli uomini a vedere chiaramente, a mettere in ordine nel caos, a trasformarlo in cosmo. E cosmo significa armonia.
Il mondo era laggiù, lontano 586 gradini di skala, sotto i miei piedi.

Càpita che i luoghi restituiscano voci ormai scomparse, e brandelli d’anima sconosciuti anche a se stessi, trattenuti come un respiro in apnea e liberati improvvisamente al tuo passaggio. E impronte lievi, di tempo camminato senza fretta, di mare respirato pregando, prima dell’arrivo del vento e del tramonto.

Sull’isola è tutto un gioco di bianco, blu e giallo. È il gioco della luce. La incontri riverberata dai muri, essudata dalle superfici, vibrata dai “suonatori d’arpa”. La respiri dalla sommità di un precipizio o tendendo un dito all’orizzonte per disegnare il declivio dolce della collina.
La tocchi sulla pelle. Sa di sale e di sole.

L’addio del giorno ti trafigge come una pioggia di lame negli occhi.
Fa male.

Perché gli addii più dolorosi sono quelli in cui si sa che non ci si lascerà per sempre.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 settembre 2005 da in Uncategorized con tag , .

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