Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Mare nostrum

antisamos
Il mare di Zante, Itaca e Cefalonia (agosto 2005)

L’ultimo inserto della Domenica di Repubblica (4 settembre) dedica una doppia pagina, firmata da Tahar Ben Jelloun, al Mediterraneo. Mi piace ricordarlo qui, per il taglio trasversale delle osservazioni e delle suggestioni, tutte incentrate su specificità da valorizzare in qualità di punti di forza per qualsiasi progetto di Europa. Specificità e unicità che vanno oltre il suo valore di area geografica, di culla della storia, di mare di migrazioni in ogni tempo protese a compensare gli squilibri tra le sponde, toccando il tema – imprescindibile nel dilagare del mondo anglosassone e nell’avanzata di quello asiatico – dell’identità.

Prima ancora che un modo di vivere – si dice nell’articolo – quello che si consuma sulle sponde di questo mare antico è un modo di essere, diverso da ogni altro punto cardinale perché diversa è la durata del tempo, il suo stesso concetto e il modo di misurarlo.
Un tempo non più preciso ma vago ed estensibile anche ad aspetti personali, intimi ed irrazionali, una questione di diversa grammatica e sintassi: di comportamenti, di gesti e simboli che sfuggono ai codici noti ai più.
Ed una cultura cresciuta attraverso gli incontri, gli scambi, le commistioni tra etnie, in una simbiosi quanto mai lontana anche dalla realtà in crisi della UE di oggi.

Qui, sulle sponde del Mediterraneo, in un sud che in realtà è l’ancestrale ombelico del mondo, tutto si mescola in una quotidianità quasi letteraria, e proprio la voce della letteratura e della poesia lascia ben sperare: che si levi più alta e più forte di una globalizzazione troppo fagocitante per questo lago di luce, che sia questa la forza unificante in grado di valicare i confini e parlare al mondo.
Tahar Ben Jelloun semina nel suo articolo i versi e le voci di Georges Schéhadé, di Yannis Ritsos, di Vicente Aleixandre, di Georges Seferis, in nome e per conto di tutte le voci che cantano «di giardini che non hanno più un paese ove fiorire».

Aggiungendo:
«La resistenza la fanno i visionari, coloro che portano nel cuore questa luce mediterranea e la celebrano, la cantano al di là del tempo e delle contingenze».

Sono di parte, e sottoscrivo. Perché quella luce e quel tempo, il loro modo di scorrere sulle cose e dentro gli uomini, custodiscono il segreto di molta felicità.

Le parole non sono chiodi
e neppure foglie.
Resistono sia al martello
sia al vento. Le parole sono come proiettili.
Alcune colpiscono il bersaglio
e altre no.
Non è sempre colpa del cacciatore.

(Michalis Ganàs, Sulla poesia 2)

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