Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Uomini di mare

Due pescatori intenti in gesti apparentemente meccanici, concentrati sulle smagliature di una rete infinita, massa vaporosa in cui nessuno saprebbe mettere le mani senza aggrovigliare irrimediabilmente la sua trama sottile. Piegati, assorti, indifferenti allo sciamare vociante addensato loro intorno in un pomeriggio come quello appena trascorso, di estate ancora non vinta, di sature luci aranciate e lavate dalla brezza più fresca della notte.

Due figure così, antiche eppure dell’oggi, con i volti bruniti e solcati da rughe saline, accomodati alla meglio in un continuo e instabile oscillare al ritmo delle increspature marine, accoccolati sulle banchine o sui bordi di gusci che portano i nomi delle loro donne, mi riportano sempre all’icona degli uomini di mare.

Di quelli che ho incontrato nella vita e nei libri, non tutti vanno necessariamente per mare per guadagnarsi la vita. Né sono tutti paragonabili ad Ulisse, al capitano Nemo, a Lord Jim o al capitano Achab. O ai protagonisti più comuni e quotidiani delle storie di nove narratori latinoamericani raccolte semplicemente sotto il titolo Storie di mare, che pure restituiscono una più abbordabile suggestione e magia confermando l’inesauribile rapporto tra mare e letteratura, fecondo e misterioso oggi come in passato.

Ma tutti, tutti questi uomini di mare, in ogni tempo, hanno in comune qualcosa che li segna sulla pelle o nell’anima: li attraversa una corrente, li lambisce un’illusione, li tiene in vita un orizzonte.
Il loro animo non è mai legato ad un ormeggio, né il cuore ad un porto o la loro rotta ad una mappa.
Quando il mare diventa terra promessa, ricordo di una libertà negata o risveglio di una libertà sognata, lì c’è un uomo di mare, insieme all’aspirazione ad una vita (se non sopra le onde e sopra le righe) almeno al di sopra delle ore e dei giorni.

Ed occhi che non temono la luce. E uno sguardo in cui si riflette sempre un punto di fuga più lontano del modesto orizzonte di chi – semplicemente – fugge; in cui vibra la luce di una cieca infatuazione per la libertà.


Alcuni sono qui perché hanno il cuore spezzato.
Altri perché la loro casa è qui.
Questo riguarda soprattutto i marinai di coperta.

Vanno per mare da quando hanno lasciato la scuola, se mai ci sono andati. Il mare è tutto ciò che conoscono. Per lo più sono tremendi quando si trovano a terra. Non sanno come comportarsi e quindi si sbronzano. A bordo non li vedi mai ubriachi.
Quanto ai mari, non c’è dubbio che queste grandi estensioni, sette decimi della superficie del pianeta, siano misteriose ed ossessionanti. In genere, si tirano dietro un’infinità di gente: marinai pazzi, avventurieri, solitari quasi sempre disadattati a terra che, una volta a bordo, si trasformano. Le chiglie scalfiscono con piccoli graffi la superficie di un abisso con creature e fondali che per lo più non saranno mai visti da occhio umano. Da quelle profondità scaturisce qualcosa che soddisfa e nutre quegli uomini.

(James Hamilton-Paterson, Sette decimi)

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