Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il pianista di Dio

piano-danceNon so se Novecento sia la storia di un pianista che suonava sull’Oceano o quella di un uomo di mare che suonava il pianoforte. Non so neppure se emozioni di più aprire le sue pagine e lasciare che la mente produca nitide le immagini, i suoni, le atmosfere evocate dalle parole, oppure concedersi già bell’e pronta la suggestiva interpretazione che Giuseppe Tornatore ne fa nel suo film La leggenda del pianista sull’oceano.

So però che leggere tutto d’un fiato questo straordinario monologo di Alessandro Baricco pensato per il teatro fa persino dimenticare la strisciante antipatia che l’autore suscita in parecchi tra i suoi critici. Ammetto che molti suoi virtuosismi con le parole sono autocompiacimento nudo e puro, ma non prendiamoci in giro: la lingua italiana la conosce bene, ed è capace di maneggiarla, plasmarla e darle vita come càpita solo a coloro che se lo possono permettere. Tutto il resto (i suoi detrattori più feroci in primis) appartiene alla favola della volpe e dell’uva.

Si entra nel libro e nelle parole di uno sconosciuto suonatore di tromba con il privilegio di sedere in prima fila e di assistere ad un evento straordinario: la storia del pianista che si esibiva tutte le sere sul piroscafo che portava gli emigranti in America, la stessa nave nella quale ancora in fasce era stato abbandonato dai genitori e dalla quale non aveva mai voluto scendere, imparando a suonare il pianoforte e vivendo di musica nata dai racconti dei passeggeri. Sul Virginian Novecento riesce a cogliere l’anima del mondo e a tradurla in una grande musica jazz.
Il suo universo è tutto in una tastiera.

Se mai fosse possibile individuare un filo rosso “trasversale” in questa storia direi che si tratta dello sguardo, del potere degli occhi. Su ogni nave c’è quello che per primo vede l’America, ed è un destino che esiste in quegli occhi sin dall’infanzia: negli occhi della gente si vede ciò che essi vedranno, nei loro racconti ciò che hanno visto.

Si può respirare aria mai respirata, conoscere case in cui non si è mai entrati, avere l’esatta cognizione di un luogo mai attraversato, “leggendo” le parole e gli occhi di una persona che te li racconti. Spiare il mondo attraverso gli occhi di un altro e rubargli l’anima. Come fa Novecento, grazie alla capacità di ascoltare e “leggere” i segni che la gente si porta addosso, “posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia”, tutta scritta addosso. Per disegnare la mappa del mondo pezzo dopo pezzo, frammento dopo frammento.

O per suonare una musica che non è di questo mondo.
Mentre suonava, Novecento guardava davanti a sé e vedeva ciò che ad altri sfuggiva: le cose della vita che non aveva mai conosciuto né esperito, il viaggio sensoriale mai compiuto tradotto in musica, le mille sfaccettature della vita come se le avesse davvero viste.
Suonava una musica che non esisteva danzando con l’Oceano. Poteva suonare note “normali”, ma le “sue”, misteriose e mai ripetibili, venivano da un luogo profondo e sconosciuto a lui stesso, suoni della vita reale e immagini del mondo. C’erano tutti i colori, i profumi, i sapori del mondo, nelle “sue” note.

Sul filo del vedere, è l’Oceano la casa di Novecento, che la terra l’aveva solo vista dal mare, e non si decide mai a scendere per toccarla.
Si può scendere da una nave, ma da un Oceano?
Il giorno che prenderà una decisione, il motivo sarà ancora una volta legato al potere degli occhi: vuole vedere il mare, vederlo dalla terra, lui, che lo aveva avuto sempre dentro e intorno.
Ma al terzo gradino della scaletta che si accinge a scendere non vede, stavolta. Guarda e non vede la fine del mondo che gli si para davanti, la finitezza comprensibile che consente invece agli 88 tasti del suo pianoforte di combinarsi – sì – in innumerevoli melodie, ma di essere un numero finito.

È paura, disorientamento, vertigine, che mi ha fatto pensare alla domanda ricorrente e ossessiva in Oceano mare su dove e se il mare finisse, con un’unica conclusione: quel mondo, la vita, è una tastiera infinita sulla quale possono danzare solo le dita di Dio.

Novecento non toccherà terra, non varcherà la soglia dell’infinito, si salverà dall’infelicità di lasciare inesauditi i suoi desideri assecondando quella geometria perfetta che incanta nel commiato i desideri invece di viverli.
Lasciando dietro di sé la scia di un filo prezioso, ogni perla un desiderio fermato nella sua bellezza per sempre, a segnare la rotta del viaggio di una vita.
Riuscendo a suonare tutta la musica in una sola nota lunga un istante.

Lui era Novecento, e basta. Non ti veniva da pensare che c’entrasse qualcosa con la felicità, o col dolore. Sembrava al di là di tutto, sembrava intoccabile. Lui e la sua musica: il resto, non contava.

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Questa voce è stata pubblicata il 12 settembre 2005 da in Alessandro Baricco, Giuseppe Tornatore con tag , .

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