Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Uomini, città, memorie

Ho la fortuna di conoscere personalmente Raffaele Nigro, e di beneficiare delle sue generose doti professionali ed umane, oltre ad aver avuto l’onore di firmare insieme a lui lavori importanti, anche se meno conosciuti dei suoi romanzi (I fuochi del Basento del 1987, La baronessa dell’Olivento del 1990, Ombre sull’Ofanto del 1992, fino al Malvarosa del successo di questi mesi); ma non solo per questo, il recente esito del Campiello mi offre lo spunto – al di là dei meriti dei due vincitori ex aequo – per considerarlo a tutti gli effetti una sorta di vincitore morale.

Nigro è originario della Lucania, un filo fatto di infanzia, miti, tradizioni e valori apparentemente “superati” mai reciso, tempi, modi, paesaggi e memorie che gli conferiscono una sensibilità del tutto particolare in qualsiasi contesto si trovi a cimentarsi. Una sensibilità che è alla base del fascino della sua scrittura, e che di recente ha messo a servizio di uno splendido volume fotografico dedicato alla sua terra d’origine sotto il titolo di Invito in Basilicata.

Esistono diversi modi per avvicinarsi alla realtà culturale di una civiltà e di un popolo e per comprenderne le radici profonde, o quanto meno provare a tracciarne un segno che resti al di là delle infatuazioni e delle mode. Esistono terre, come la Basilicata, al cui richiamo non ci si  può sottrarre, soprattutto se a porgere tale invito sono due penne appassionate come la sua e come quella di Lino Patruno, direttore responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno.

Penne che assecondando i tempi – ora velocissimi e stranianti, ora lenti e cadenzati come una nenia antica) della terra in cui compiono il viaggio in nome e per conto del lettore, volano alto – all’occasione planando – su una vastità di panorami che felicemente stordisce e appaga, tanto somiglia alla più ricca delle tavolozze possibili. Immaginando e realizzando pennellate sorprendenti, a restituire una Basilicata che ha tanti volti quante sono le sue contraddizioni e i suoi straordinari contrasti paesaggistici, culturali ed umani.

Dal volume riemerge un vero e proprio sortilegio del Sud (prevalentemente afflitto dalla siccità), più acqua che sete, “madre di acque” per le terre confinanti e sitibonde, seppur ferita dai calanchi e franata sotto l’erosione, pietre bucate e piccole Dolomiti, più montagna che mare, dal Tirreno allo Ionio, terra di storia, di storie e castelli, imperatori e baroni, briganti ed emigranti, di feste, di grazie, calamità e riscatti.

Perché anche il filo della memoria personale non può che tornare alla bellezza dei luoghi e dei ricordi, alle consuetudini familiari e alle tradizioni collettive, attraverso personaggi che ne incarnano passioni e creatività, attraverso le loro tracce geneticamente radicate nel territorio o lungo un cammino di idee.

Con una storia tutta da rievocare, per sanare le lacune di una conoscenza troppo a lungo relegata al confine del conosciuto, al margine di ogni Grand Tour, nonostante la presenza di aristocratici, poeti, scrittori. Per cause ataviche, di quelle che bollavano come pazzi coloro i quali – fatto testamento – osarono avventurarsi quaggiù, aggravate da una lunga storia di fughe, di quelle che minano alla base quell’identità culturale oggi sentita come bene prioritario da preservare.

Una terra che si dibatte tra tradizione e modernizzazione repentina, insomma, aggrappata ai suoi riti pagani come alle sue Madonne di montagna, “terra della meditazione e della grazia, una terra arcaica dell’ascesa e della riconquista del perduto dialogo col silenzio”. Che oggi ha scoperto il turismo, i parchi letterari, il richiamo irresistibile delle sue vestigia passate e la valenza universale della sua civiltà delle grotte.

E le parole traggono maggior forza dagli sguardi, immancabilmente stimolati dal ricco corredo iconografico che è parte integrante del volume: consegnate all’eternità dell’attimo, le sequenze di vita, storia e memoria catturate dall’occhio rapace dell’obiettivo di Nicola Amato e Sergio Leonardi danno forma, colore e sensi all’invito nella terra dei boschi (e di Orazio e di molto altro), siglandone lo stupore e l’incanto.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 settembre 2005 da in Raffaele Nigro con tag , , .

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