Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Luci ed ombre

Stasera mi piace fermarmi qui, tra le pagine e le immagini evocate dalle potenti visioni di Adalbert Stifter, un autore meno noto di altri ma solo per distrazione nostrana.

Mi piace, in particolare, partecipare al bicentenario della sua nascita accogliendo con grande soddisfazione l’ennesima edizione del suo bellissimo Pietre colorate, i cui racconti portano il nome di quelle pietre. Ne fa parte quel meraviglioso Cristallo di rocca che è diventato anche un film, così come ne fa parte quel Granito antichissimo su cui siede immobile la sua figura simbolica preferita, il viandante, forse stanco del viaggio e desideroso di riposarsi raccontando.

Di pietra è il mondo di Stifter, evocato non solo dalla penna dello scrittore ma anche da un indiscusso talento artistico da paesaggista, che spiega in parte come l’asprezza selvatica della natura sembri descritta per potenti e corpose pennellate piuttosto che semplicemente attraverso le parole.

Di pietra è la sua opera “appartata” per lungo tempo nella provincia austriaca (lui, che non vide il mare se non in età ormai avanzata), simile ad un macigno che si stagli isolato e solitario nel panorama narrativo coevo.

Nel mondo di pietra e di pietre, la mite rete celeste in cui siamo tutti impigliati è tessuta di piccoli e indefiniti fenomeni su cui i suoi viandanti si soffermano volentieri in contemplazione: insignificanti azioni quotidiane, riflessi di un pezzo di vetro, il colletto di una camicia di lino, un uccello sopra un albero, accadimenti minimi che si intrecciano tra loro in un’armonia solo apparente. Perché è un’armonia continuamente inquietata e corrosa da quell’ombra tenue che le accompagna, gli esseri umani, spesso. Ombre destinate a dissolversi accanto agli oggetti, a quelle pietre – soprattutto – cui Stifter attribuisce le fondamenta e il mistero del mondo, così come la luce profonda.

C’è in lui – riguardo al mondo degli esseri umani – l’augurarsi deciso che nulla cambi, una sorta di aspirazione alla fissità, all’immobilità, alla pietrificazione propria delle rocce, non meno angosciante del movimento abolito o negato. Come se fosse facile temere a tal punto il movimento del tempo e dei sentimenti da cercare di ucciderlo ad ogni costo…

Angoscia produce angoscia. Nell’anelito ad una quiete immobile, ad un’infanzia ripetuta, ad una vecchiaia che ne sia il prolungamento infinito e ad una storia negata. Ricollocando al suo posto ogni pietra che il tempo lasci cadere da un muro.

Un’angoscia che produce una strana luce, che tocca terra senza ombre e fonde le cose senza attrito, dando loro vita per un solo istante. Il tempo di una visione, tra un fulmine e l’arcobaleno, brevemente dalla grazia alla sciagura, insieme alla luce verso il mite disastro al quale l’universo è destinato, nonostante Dio o (proprio) a causa della sua Legge.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2005 da in Adalbert Stifter con tag , .

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