Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Notte del destino

Questa è notte di luna piena e di poche stelle.

Credo che si potrebbe fare una storia della poesia guardando gli occhi dei poeti che hanno osservato (e osservano) il cielo e il mistero delle grandi assenti di stasera (e la luna non me ne voglia, per una volta).

Costoro hanno dovuto per forza sollevare lo sguardo, come i navigatori più ostinati, per trarne – se non sicuro orientamento – almeno il conforto della loro presenza.
Della loro natura inaccessibile si accontentavano i poeti antichi, che conoscevano bene – almeno tanto quanto i cantori più vicini a noi – quel movimento del capo che li portava a rivolgersi all’enigma nella sua risposta, illuminando certe notti chiare di Omero prima della battaglia e inquietando quelle di Leopardi e i suoi combattimenti interiori, precipitando come pianti in certi versi di Pascoli o punteggiando la volta di Ungaretti.
A loro dovevano tornare Dante e il suo sentimento del destino/movimento disposto da Dio, ed anche il suo Ulisse, agitato da tutt’altro impeto di conoscenza.

Il destino come scenografia di stelle. Il cielo stellato come proiezione dei sentimenti umani.

Il cielo e le sue stelle non sono un tema della poesia, ma una sua condizione.
Non un fondale, ma un colore interno alla voce, necessario perché il canto si levi, anche stonato.

Poesia e memoria si confondono nell’atto che tentano di compiere e di cui le stelle – vive e luminose, ancorché affondate nel tempo e forse spente da chissà quanto – sono l’emblema: che nulla muoia, che ci sia ancora un segno di vita da parte di ciò che è irrimediabimente passato.

Un segno della partecipazione della natura al drammatico cammino della vita: sono appunto le già citate stelle di Dante, o di Pascoli, ma anche quelle di Rimbaud sull’andare del suo battello ebbro.
O forse no. Ci sono le stelle indifferenti di Lagerkvist, o la vertigine nel pensiero di Leopardi provocata da stelle che sono elementare segno dell’alterità del mondo, della sua totale indipendenza dalle mani umane e dalle loro misure.

Uno sgomento che è poi l’origine della poesia, come annotava il poeta nello Zibaldone, quando il vedersi piccolo, sproporzionato all’infinità dei mondi celesti gli indica in maniera chiara ed inequivocabile quale sia la vera “grandezza umana”.

Una grandezza che sta nel riconoscere e vivere questo senso di sproporzione tra il mistero del reale e la propria misura, sentendo di confondersi “quasi col nulla”.
Quasi.
Riconoscere di non essere pari al nulla ma quasi.

La dignità dell’uomo è uno scarto impercettibile.

Notte del destino, quando la stella riposa
in una mano ignota.
Quando la tua anima corre verso l’abisso
o la terra del miracolo.
Spenta giace l’eternità,
solo un raggio di luce
palpita attraverso il vuoto profondo,
attraverso la dimora della morte.

(Pär Lagerkvist, Notte del destino)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 ottobre 2005 da in Pär Lagerkvist con tag .

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