Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Zucche di casa nostra

Questa notte, tra la festa di Ognissanti e il giorno dei morti, molte finestre di Orsara di Puglia si presenteranno così.

In bella vista, le zucche intagliate e illuminate (le cocce priatorje, ovvero “teste del purgatorio”), le teste dei defunti di famiglia, secondo una tradizione che in questo paese ricordano da tempo immemorabile, e che l’America potrebbe persino aver mutuato dai tanti emigrati del Sud. Così, almeno, tengono a sottolineare i vecchi, che ricordano già i loro nonni intenti a festeggiare la vigilia di Ognissanti con le zucche distribuite nelle vie del paese. Ma non è Halloween, ci tengono a dire.

Quello che sopravvive qui e che si svolge in queste ore è un antico rito pagano e “riconvertito” che conserva ancora il nome originario di Fuuc acost.
Una festa tra sacro e profano, non solo zucche ma anche falò e cibo condiviso intorno al fuoco, menestrelli e saltimbanchi. Una festa che recenti ricerche fanno risalire a duemila anni fa, quando i contadini festeggiavano il raccolto il 31 ottobre, e prima che il Cristianesimo riadattasse i riti legati a questo evento.

Le zucche rischiarano ancora la notte più prossima al ritorno dei morti e servono a scacciare il male e le ianare (le streghe), anche con l’aiuto del rumore insistente dei tamburi, degli scongiuri, delle litanie. Il parroco benedice il fuoco purificatore che nelle piazze ed agli incroci spaventa le anime dannate che si aggirano senza requie tra i vicoli e consuma i rami delle ginestre. Intorno ad esso si mangiano castagne, salsicce, bruschette, patate, cotte sulle loro braci, si balla e si beve vino tuccanese, rosso e robusto erede di un antico vitigno greco.

La tradizione impone il consumo comunitario del grano (la bianchetta), bollito dopo essere stato in acqua per 48 ore e insaporito con vincotto, canditi, chicchi di melograno, noci e mandorle a pezzetti.

Un grano che è cibo dei defunti e simboleggia la vita e la rinascita.
Ce ne sarà abbastanza da lasciarne – insieme a vassoi con dolci e vino – agli angoli delle strade, perché possa rifocillarsi, insieme ai vivi, ogni anima che silenziosamente si aggira tra le strade e i vicoli alla luce fioca delle cocce priatorje.

(- continua -)

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Questa voce è stata pubblicata il 1 novembre 2005 da in Uncategorized con tag , .

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