Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Dolce vita

Dopo essere stata rapita da Plutone, dio dell’Ade, e mentre si trova nel Regno dei morti, Proserpina si ciba di pochi chicchi di melagrana. Le origini mitiche della simbologia di questo frutto sarebbero lì, tra la morte e la vita equamente bilanciate, tra il letargo della terra e la sua rinascita. Di questi giorni si spiega in questa chiave la sua presenza sulle tavole d’autunno, specialmente su quelle apparecchiate in alcune zone della mia regione in questa notte di malinconica “attesa” del ritorno dei propri cari nelle stanze della casa e della memoria.

Si usa ancora lasciare la tavola imbandita con un po’ di pane, dell’acqua e i frutti dell’autunno perché, secondo la tradizione, il lasciare qualcosa in tavola fa sentire i defunti bene accolti. Si usa ancora non illuminare le case con la luce elettrica come negli altri giorni dell’anno, ma solo con ceri posti in ogni angolo e addirittura lungo le strade dei paesi.

Il carattere triste e funebre della commemorazione del 2 novembre è però un connotato precipuo dell’Occidente moderno, che la tradizione non riconosce. Le credenze più antiche insegnano che i morti “ci nutrono”, portano vita e persino doni ai bambini; le visite dei defunti sono destinate soprattutto a loro, anche se è tassativamente vietato cercare di vederli.

Tanto è vero tutto ciò che le ossa dei morti sono dolcetti di mandorle diffusi in una vasta zona d’Italia, e che in alcune zone del Gargano e del Salento i piccoli di casa sistemano grosse calze di lana dietro la porta in attesa del passaggio dei morti, che le faranno ritrovare loro ai piedi del letto piene dei frutti di stagione: castagne, mele cotogne, noci, mandorle e per i più buoni qualche dolcetto.

Una lista di frutti della resurrezione, quella autunnale: la melagrana, la mela cotogna, la zucca, la castagna… Una tradizione gastronomica tutta leccese è quella di confezionare i dolcetti dei Morti, fatti di pasta di mandorle o mele cotogne, ancora.

E il grano, come già si diceva altrove. Impastato con quei frutti o semplicemente unito a loro, simbolicamente vita con vita.
Nella tradizione gastronomica dauna c’è un dolce appositamente confezionato per i morti, il cosiddetto grano cotto (in dialetto cicc cuott), di antica tradizione, probabilmente saracena, ottenuto lasciando bollire il grano tenero che verrà condito in seguito con noci e vincotto con olio fritto, chicchi di melagrana e (talvolta) un po’ di cioccolato.

Una dolcezza che avvicina la morte alla vita nel suo senso più vero, quello dei semi che sotto la terra, nei rigori dell’inverno, germinano e fondano la promessa della primavera che verrà.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 novembre 2005 da in Uncategorized con tag .

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