Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ombre/2

Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei“.

Peter Pan e Charles Alavoine non si conoscono, ma hanno qualcosa in comune.
Non sono mai cresciuti abbastanza da accettare l’idea che una volta nati si debba vivere.
Agiscono sempre sorvegliati – dallo sfondo – da una figura di madre (amata, odiata, rimpianta) di cui non sanno liberarsi.
Cercano disperatamente la loro ombra.

Perché anche Charles Alavoine è un uomo senza ombra.

Anche lui, in fondo, se valutiamo alla lettera le parole con cui si racconta e cerca di farsi capire, ad un certo punto della sua vita scopre di aver voglia di giocare con le fate nei giardini, piuttosto che godersi i traguardi professionali e familiari raggiunti. Rifiuta il Destino per abbandonarsi al Caso, e ad un’ombra ritrovata nelle sembianze di un amore folle e ossessivo che condurrà alla morte.

Charles Alavoine scrive una lunga lettera al suo giudice non per discolparsi ma per spiegare come e perché ha ucciso e ucciderà ancora. È a lui, il giudice, che racconta come ha scoperto di aver perduto la sua ombra, di aver toccato con mano la sua inesistenza, anzi, la sua esistenza come ombra di sé.

Glielo racconta senza sapergli spiegare se la sua certezza sia prodotta da una lettura o da un sogno dimenticato e improvvisamente riemerso dalla sua angoscia crescente: l’angoscia di «vagare da solo, senza ombra, in un mondo in cui tutti ce l’hanno».

Senza la sua ombra (giacché un’ombra non può produrne) Charles Alavoine ha perso la sua traccia (skia), la prova della sua opacità e della sua apparenza.

Che ritorna per caso nella donna pallida e minuta che incontra sotto una pioggia battente in una stazione di provincia. Che restituisce la tensione perduta e genera oscuri sentimenti ossessivi e possessivi: non sa cosa sia ciò che a posteriori chiama amore, sa che si tratta di una felicità piovuta dal cielo da non lasciar andar via, un’ombra da cucirsi addosso e da cui non separarsi mai più. Da possedere fino a purificarla dai ricordi, fino ad ucciderla perché viva.

Ma chi uccide la propria ombra cancella se stesso. Inesorabilmente.

Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l’amore nella sua totalità. Addio signor giudice.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 novembre 2005 da in Georges Simenon con tag , .

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