Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Lèggere, che innovazione!

Immaginiamo una pulce alla quale si dica: «Salta!». La pulce salterà, al meglio delle sue possibilità.
Immaginiamo di privarla di una delle sue quattro zampette (facciamo quattro, per semplificare le cose) e di ripetere il comando: «Salta!». La pulce salterà nuovamente, baldanzosa.
La priveremo della seconda zampetta, e alla nostra esortazione – seppure con un po’ di fatica – la pulce salterà ancora.
Privata anche della terza, e ripetuto il comando, la pulce – con grosse difficoltà – farà il suo malandato balzo.
Senza neppure la quarta zampetta, ostinati, ripeteremo: «Salta!». Ma la pulce non si muoverà.
La conclusione più facile potrebbe essere: privata delle sue zampette, la pulce non salta perché è diventata sorda.

Questo aneddoto un po’ sadico ma significativo è stato raccontato oggi, a Passaparola (seconda edizione di una serie di confronti che si preannuncia lunga e fortunata) da Tullio De Mauro, per spiegare quanto non sia affatto automatico correlare cause ed effetti da una lettura di dati statistici.
E si parlava di statistiche riferite alla lettura, ovviamente, appena presentate da Giuseppe Laterza e desunte da varie fonti, tra cui l’”Economist” e l’AIE. Si parlava di tabelle in cui erano rilevati i libri venduti pro capite, gli indici di lettura, la competitività economica, con riferimento tanto al quadro europeo quanto – soprattutto – a quello mondiale.

Il dato comune a tutte queste rilevazioni era uno solo, per quel che ci riguarda: l’Italia è una pecora nera, a dispetto di altri dati che vedono una buona tenuta – se non un incremento – della consuetudine al lèggere, con un rafforzamento dello zoccolo duro, quello dei “lettori forti”. Mentre ciò che emergeva era il diretto rapporto tra benessere, competitività e creatività economica e disposizione alla lettura.
I Paesi che stanno meglio leggono di più, anche se è lecito domandarsi se sia la lettura a produrre competitività e creatività, o il contrario.

L’Italia pecora nera, dunque, tranne che nell’uso dei telefoni cellulari, indagine funzionale a capire se esista o meno un rapporto tra l’uso prevalente delle nuove tecnologie e la (dis)affezione al libro.
Sembra di no, e infatti la generalmente buona salute del libro ha già smentito da tempo le previsioni catastrofistiche che avevano decretato la morte dei librai e degli editori a tutto vantaggio dei supporti digitali e dei PC.
Il libro resiste, si usa dire, e questa idea di resistenza ci fa pensare ad un solco profondo tra i due mondi e ad un assetto di guerra. Che invece non esiste, perché in realtà il maggiore legame con l’innovazione tecnologica giova al libro. Beninteso: l’uso delle tecnologie implica capacità di lettura e scrittura, e allora sì che c’è correlazione tra i bassi indici di lettura del nostro Paese e l’accesso ad Internet fermo ad un terzo scarso della popolazione.

Come infatti ha ricordato Riccardo Chiaberge, il vero problema che emerge dalle statistiche è la scolarizzazione.

È la scuola il terreno dove questa partita va giocata, come non manca di sottolineare Carla Ida Salviati, dirigente scolastico e responsabile IRRE per la Liguria, colpita dalle statistiche ufficiali. Alcune di esse dicono che gli studenti italiani si collocano al di sotto della media europea, in un panorama dominato da quelli finlandesi; dati alla mano (il sistema scolastico finlandese non contempla un numero maggiore di giorni di lezione, né un numero di ore giornaliere né altri fattori per i quali partire in quarta e fare il mea culpa), si scopre che questi ragazzi dell’estremo nord, quando escono dal loro edificio scolastico, continuano ad essere accuditi, sempre. Dalle biblioteche, ad esempio, che adeguano i loro orari facendoli coincidere con il tempo libero e le disponibilità dei ragazzi, e realizzano progetti ad hoc, su misura, in stretto rapporto con i programmi scolastici.

Si parla, cioè, di un sistema, di un collegamento tra ciò che si fa in aula e ciò che si fa fuori, di una strategia comune. E di conseguenza, per i giovani lettori italiani (o potenziali tali, non foss’altro perché studenti) il punto di debolezza congenita risiede nel mancato coordinamento delle iniziative (che pure esistono e fervono, specie negli ultimi tempi).

Con quale risultato? Quello di un sostanziale analfabetismo, di quelli che producono dieci scrittori per ogni lettore (della qualità di questa “letteratura” a buon mercato è facile immaginare, con tutto quel che ne consegue). Un muro che si potrebbe tentare di vincere persino riabilitando la ormai trascurata lettura corale, quel testo collettivo e condiviso ad alta voce già caro a don Milani.
Confortanti sono alcune esperienze di taglia piccola ma efficace, di impegno in progetti di promozione della lettura che hanno trasformato un paese spagnolo di seimila abitanti in un angolo di Finlandia. O regioni come il Molise capoclassifica in Italia. O, ancora, il paese di Siniscola nell’attivissima costola sarda dei Presìdi del Libro oltre che nel luogo in cui la lettura vede compiere il miracolo per qualità e quantità di frequentazioni della locale biblioteca.

Insomma, assoluzione per le nuove tecnologie, per la televisione e per i cellulari, anche se nulla potrà sostituire la consuetudine (in larga misura perduta) dell’intimità serale condivisa con un libro o con la lettura di una favola ai bambini.
Grandi responsabilità sulle spalle degli insegnanti.
Grandi e buonissimi propositi per quel che riguarda una concertazione seria tra i protagonisti della filiera editoriale con l’obiettivo di “fare sistema” e far uscire i libri dai luoghi e dai santuari finora ad essi dedicati. Biblioteche itineranti o libri allegati ai quotidiani che siano, purché anche il libro sia investito di quell’“obbligatorietà sociale” che contraddistingue i must e gli status symbol. Abbattimento del muro di snobismo dei “pochi ma buoni”, lettori forti compresi.
Che il libro vada incontro a quell’immenso mercato potenziale costituito dal 50 per cento degli italiani. Quelli che non leggono.

Tanto che lèggere diventi – davvero – un atto di rottura. Un’innovazione, appunto.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 novembre 2005 da in Carla Ida Salviati, Giuseppe Laterza, Riccardo Chiaberge, Tullio De Mauro con tag .

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