Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Sogni di sogni

Sotto il mandorlo della tua donna, quando la prima luna d’agosto sorge dietro la casa, potrai sognare, se gli dèi sorridono,
i sogni di un altro.

(Antica canzone cinese)

Per ogni uomo che tenti di saltare dentro l’ombra altrui ce n’è almeno un altro che riesce ad entrare nei sogni di qualcuno che ama.

Un’appropriazione indebita tutto sommato ardua, quando gli amati sono artisti del passato e l’aspirante “ladro” uno scrittore dei giorni nostri. Ma la licenza poetica e letteraria fa buon gioco, e accade che anche i sogni ignoti si rivelino in tutta la loro sorprendente coincidenza con la vita reale.

La cosa emozionante e spaesante di Sogni di sogni è proprio il continuo emergere del dato biografico noto all’interno del percorso onirico delllo spirito, così come viene immaginato e ricostruito dall’autore.
Unico appiglio, l’incipit, strutturato per ogni sogno in modo da ancorarsi saldamente ad un luogo e un tempo dentro la Storia.
Un unico capoverso che funziona da rampa di lancio nel momento in cui si chiude: fece un sogno.

Dedalo, Ovidio, Apuleio, Cecco Angiolieri, Villon, Rabelais, Caravaggio, Goya, Coleridge, Leopardi, Collodi, Stevenson, Rimbaud, Cechov, Debussy, Toulouse-Lautrec, Pessoa, Majakovskij, Garcìa Lorca e – ironia della sorte – persino Freud.

Tutti fecero un sogno, partendo per destinazioni o circostanze tanto più improbabili quanto più incredibilmente verosimili.
Sogni abitati da precisi riferimenti alla loro opera che assurgono a ruoli protagonisti del tutto svincolati dal capriccio della paternità, quasi un modo per spiegare (o farci credere) che il loro ingegno, la loro arte, la loro musica “da svegli” sia frutto di quello o di simili sogni, di risvolti spesso oscuri e impronunciabili contro i quali si è persino lottato strenuamente. Fino al risveglio, spesso stranito e immemore, che del sogno non restituisce che brandelli sfocati e nessuna prova.

Ma, come sempre accade con Tabucchi, regista insuperato di tempi e circostanze rimescolate e di un gioco di piani inclinati spesso protesi allo slittamento e alla mancata appartenenza a quel tempo, il dubbio resta…

Se un uomo attraversasse il paradiso in sogno, e gli dessero un fiore come prova d’esser stato lì; e se destandosi si trovasse in mano quel fiore… allora?

(da una nota di Samuel T. Coleridge)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 novembre 2005 da in Antonio Tabucchi, Samuel T. Coleridge con tag .

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