Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

All’ombra delle intemperanze

Oggi voglio un’ombra giocosa, un po’ (im)pertinente e assai intemperante.
Sia clemente dal cielo quel Santo in onore del quale oggi si assaggia il vino nuovo; grazie a lui l’eredità pagana e riconvertita prolunga quell’eterno capodanno che iniziava con il mese e durava – appunto – una decina di giorni abbondanti. In un continuo celebrare, ringraziare, esorcizzare buio, freddo, morte, fame, un tempo lungo di baldorie a siglare scadenze e nuovi presagi, rinnovare speranze e non voltarsi indietro.

La riconversione fece ricorso alla storia della cappa tagliata a fil di spada e divisa con un povero infreddolito sulla strada di Amiens, in modo tale che Martino finisse per assomigliare del tutto al “dio cavaliere” dei Celti, che indossava una mantella corta e nera, scorazzava su un cavallo nero e passava per essere trionfatore della morte e del mondo infero, dunque sovrano e garante del rinnovamento della natura dopo i rigori dell’inverno. Gli corressero il colore lugubre di cappa e cavallo preferendo il bianco, ma la sua popolarità come vincitore del diavolo nel medioevo gallico (e non solo) era già alle stelle: dodici giorni di capodanno assicurati, tutto compreso, persino un po’ di tepore dopo le piogge di ottobre.

L’estate di San Martino dura tre giorni e un pochinino, dicono, come se una piccola quiete bastasse a dimenticare le tempeste. Eppure il sole, freddo, dei morti, tradisce raramente: e si approfitta di lui, “facendo San Martino“, magari un trasloco, una fine, un inizio, per non dimenticarne il senso.

In tempi di abbondanza quasi nessuno ricorda che anche questo Santo portava doni ai piccoli di casa, come consuetudine imponeva in tutti i riti di passaggio. Ma non si è persa l’abbondanza delle fiere, dei fuochi, dei convivi: oche, castagne e vino, e chi non gioca a Natale, chi non balla a Carnevale, chi non beve a San Martino è un amico malandrino, dal Piemonte al Triveneto, per non dimenticar l’Abruzzo e le Glorie di Scanno, che tanto assomigliano alle fòcare salentine che si innalzano nel freddo buio e pesto di gennaio per Sant’Antonio Abate, né la fiera e il mercato di Santu Martinu a Taviano, perché laggiù – anche se di Celti ce ne son pochi – il santo fa fare buoni affari e soprattutto “fa crescere il pane”. 

Manca l’ombra cinese di cui sopra a rammentare la credenza più popolare tra tutte, la caccia al cervo di ritorno da appartate “fiere” notturne, perché per San Marten volta e zira, tôt i béch i va a la fira. Tradizione vuole che questo sia stato da tempi antichissimi il giorno deputato alla fiera più importante degli animali dotati di corna, e una mentalità che non perdona giudicava il marito colpevole delle intemperanze extra moenia della consorte: come dire, non sei stato capace di tenerla a bada, e questo – giudizio severo e inappellabile – sotto forma di scherzosa persecuzione rituale lo dicevano i morti di ogni villaggio. Un anticipo di carnevale, suggellato talvolta dal rito apotropaico di “passarsi le corna” – come un trofeo – per scongiurarne altre.

I bèch par San Martèn in’ ciapa mai palèn, e int l’andeda e int l’artoran i s’ingavagna tra al coran. Lunga vita al re delle prede, al novello, alle fave e alle castagne, e buon capodanno di sole e di ombre giocose.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2005 da in Margarete Riemschneider con tag .

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