Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Piccoli cronopios crescono

Non possiamo alzarci al mattino e decidere di punto in bianco di essere cronopios o famas. Perché prima di tutto dovremmo essere in grado di definirli (e definirci), mentre possiamo solo prendere atto del loro modo di essere e comportarsi. Scopriremmo così che per essere ciò che sono, i cronopios sono determinati almeno quanto i famas, e che questi ultimi nascondono quel minimo di sana follia degna dei primi.

Neanche il loro “inventore”, di fronte alla loro irruzione nella sua vita, seppe spiegarsi da dove saltassero fuori le parole e le visioni che gli permisero di riconoscerli. Cronopios e famas rappresentano i due estremi, mediati dalle speranze, ed hanno una soluzione (quasi) ad ogni quesito. Un libretto di istruzioni lanciate al volo per chiunque ne fosse sprovvisto per difetto di fabbrica, nonché una serie di situazioni  confortanti in cui chiunque potrà riconoscersi per abitudini o inclinazioni.

Ecco, a mio tempo mi sono agevolmente riconosciuta e consolata, soprattutto nello spremere il tubetto di dentifricio per vederlo volare in strada come un nastro festoso, o nello sparpagliare per la casa i ricordi avendo cura di incoraggiarli con una carezza quando mi passavano velocemente accanto… Ed ora credo sia arrivato il momento di proporre queste ulteriori possibilità di sopravvivere (bene) ai disastri della vita anche ai miei figli.

Ci hanno pensato per tempo una zia e la sua nipotina, collezioniste di storie di cronopios in un momento difficile ed ora autrici della loro seconda vita tra le pagine di un libro.
Bebe stava affrontando la separazione dei suoi genitori, e aveva bisogno che qualcuno la aiutasse a superare le difficoltà. Fu così che zia Lù iniziò a raccogliere per lei – saccheggiando libri, giornali e racconti di amici e conoscenti volenterosi – storie di persone “speciali” sepolte nell’oceano dell’apparente “normalità” che ci circonda. Con l’obiettivo, coerente con l’idea primigenia del padre dei cronopios, di dimostrare che la presunta “diversità” spesso può diventare un punto di forza, un aspetto peculiare del proprio essere, ciò che ci rende assolutamente unici e non descrivibili.

Come si diceva all’inizio: per trovare i cronopios bisogna essere un po’ cronopios, ma anche un po’ famas e – soprattutto – possedere tanto il dèmone del gratuito quanto quello del sistematico, tra due anime coltivando quell’unica che permette di accedere ad un universo totale, in cui quella degli opposti non sia una lotta ma semplicemente una danza.

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure «Frank Sinatra».
I cronopios invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai», e anche: «Sta’ attento, c’è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto…

(Julio Cortázar, Storie di cronopios e di famas)

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Questa voce è stata pubblicata il 20 novembre 2005 da in Julio Cortázar con tag , .

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