Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Naufrago felice

L’isola di Robinson Crusoe, più di quella magica di Prospero o di quella chimerica del tesoro, è l’isola assoluta (ovvero archetipica, dall’Odissea in poi) dell’infanzia dell’uomo, quella che più di ogni altra incanta i bambini. Lui, prima naufrago, poi primo inquilino del nuovo mondo, abita quello che ai tanti costretti a ricordare un’infanzia infelice appare un sogno di felicità, un incanto perduto: un luogo in cui il protagonista, sbattuto sulle sue rive da una tremenda tempesta, rivive da capo l’esperienza dei primi uomini del pianeta, imparando a difendersi, a coprirsi, a cacciare, coltivare, costruire.

Visione diametralmente opposta a quella di chi legga con gli occhi dell’adulto, dove la differenza di fondo sta nel percepire – prima dell’isola, dell’avventura, della solitudine straordinaria nella capanna, della costruzione di un intero mondo giorno per giorno, e prima ancora del manuale per il bimbo avventuroso che voglia provare a giocare, prima del sogno esotico di un mare lontano, prima di Venerdì e del brivido dell’incontro – un Robinson errante di mare in mare, tormentato, naufrago, catturato e schiavo, arricchito e poi impoverito, guidato dall’ansia di fuga e dannato dalla profezia di un padre che rappresenta la sobrietà dei valori della middle class, laddove raccomandazione e prescrizione ineludibili indicano una mediocrità che non prevede – tra l’altro – di cercare più del necessario, di avventurarsi per mare.

Chi ha ragione? Probabilmente la nostra prima impressione bambina, perché in quell’esilio c’è gioia.
Scappare, naufragare: è il compito del bambino. Fare teatro e avventura di un’irrequietudine che il tempo renderà incomprensibile, una volta doppiata la boa che ci scaraventa in mare aperto, quando è troppo tardi per la luce e la linfa che alimentano i sogni prima di ogni cambiamento.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 dicembre 2005 da in Daniel Defoe, Robert L. Stevenson, William Shakespeare con tag , .

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