Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La notte di San Nicola

Non è una notte come le altre, questa. Non inizia e non termina, giungerà direttamente alle prime luci dell’alba, sfidando l’umido che si taglia a fette nelle vele di luce dei lampioni.
È la notte di San Nicola, qui. Mentre mezza Europa ha mandato a nanna i bimbi con la promessa di doni che anticipano il Natale, qui, nel luogo in cui il vescovo di Mira riposa, siamo tutti svegli.

Pronti a fendere la notte, tra le più fredde dell’anno, nulla di lontanamente comparabile con quelle dei tre giorni di festa di maggio, i giorni della festa a mare. Perché qui, il nostro Santo, ce lo festeggiamo due volte, e seriamente.
Stanotte è la festa più importante, quella del dies natalis, in cui tutto comincia con sciami di occhi di sonno richiamati dalle campane delle quattro, e dagli spari. Si va a S. Nicola, alla basilica nel cuore della città vecchia, a quell’ora, tirando giù verso il mare da ogni quartiere, apparentemente soli e in un delirio di onnipotenza che lascia credere di possedere la città, tanto appare strano il poterla percorrere in pochi minuti. Con i vetri dell’auto appannati, nessun ricordo del tepore del letto e la sensazione di veder affiorare dal buio solo i contorni di una città fantasma, se non fosse per le luminarie natalizie che proiettano sui fondali un’architettura di luci e colori.

Con l’approssimarsi al mare le vie iniziano a svegliarsi, si riconoscono le prime frotte di nottambuli e si scopre magari che sul lungomare non c’è un solo buco in cui parcheggiare. Ma la linea di costa è lunga e generosa, dovesse costare pure il raggiungere a piedi la cittadella nicolaiana. Nell’aria c’è l’inconfondibile odore di fritto, pungente e dolciastro, delle sgagliozze, come chiamano qui i deliziosi quadrotti di polenta che si preparano al momento tra i vicoli e le corti della città vecchia. Sanno di festa, da quando si è bambini, e di festa restano, incuranti di ogni moda, garantiti dalla solerzia di decine di donne che da ore armeggiano tra taglieri, pentole colme d’olio e cartocci. La festa si gioca tutta su una memoria olfattiva: sgagliozze come mandorle tostate, fave, focacce e torroni, e gli odori della festa te li porti dentro fino alla prossima, la riconosci solo annusando, chiudendo gli occhi, assaporando dentro l’atmosfera, le luci, la confusione.

Intanto la basilica si riempie fino all’inverosimile, e la gente continua a convergere qui, come succede a tutti i santuari, arrivando dopo aver peregrinato ed aver compiuto una salita nei boschi. Qui l’ascesa è solo una metafora e i boschi sono fatti di case e lampioni. Il bosco metropolitano è popolato almeno quanto quello vero, per San Nicola, che forse si sorprende ogni anno di tutta questa folla, di questo gran da fare. Lo immaginiamo vagamente preoccupato, come chi presente fin troppe richieste e raccomandazioni e vorrebbe assentarsi un attimo, scansando per una volta la responsabilità di esaudire richieste difficili e compiere miracoli per cui non si sente attrezzato.

Dalla cripta un vocìo inconsueto per spazi abituati al silenzio serpeggia concentrandosi intorno alla colonna miracolosa, quella che mancava per finire la costruzione della chiesa e che l’abate Elìa si ritrovò bell’e pronta una mattina dopo aver chiesto l’intercessione del Santo. Qualcuno suggerisce al forestiero di turno di compiere tre giri intorno alla colonna ingabbiata. Porta bene. Porta bene soprattutto alle ragazze da marito, perché – per chi non lo sapesse – questa è la festa dei fanciulli e delle vergini, come ricordano due dei miracoli più famosi del Santo: secondo la leggenda Nicola avrebbe miracolato tre bambini fatti a pezzi da una bestia di oste che stava per offrire in pasto la loro carne. E avrebbe offerto manciate di oro a tre orfanelle, come dote per il loro matrimonio. San Nicola diventa così il santo dispensatore di beni, ma anche di fortuna. Non a caso questa festa è detta “del maritaggio”, e non a caso il resto dell’Occidente si è portato a casa un San Nicola nuovo di zecca, rivestito degli abiti rosso fiammanti di Santa Claus.

Ma questa è la notte di Nicola, Babbo Natale non c’entra. Con il saluto a lui rivolto ancora prima del mattino, forse perché San Nicola arriva a Bari di notte trasportato dai marinai che ne hanno trafugato le ossa, oppure perché le ragazze da marito, le vacandine, venivano in chiesa alla chetichella, fuori da occhi indiscreti, per difesa della propria dignità e sfuggendo al malocchio.

Un tempo, da queste parti, non sposarsi era una iattura. Com’era una maledizione del cielo non avere figli. Un canto popolare usato come ninna nanna dice: “Santo Nicola mio manda manda / mandamelo ricco e senza mamma”. Di qui l’assunzione della colonna ad oggetto di richiamo delle vergini, per la sua conformazione, per la sua simbologia fallica. Sacro e profano, come sempre, per fortuna. Riti antichissimi, così antichi che sembravano sopraffatti, tanto antichi da avere l’irresistibile fascino del “nuovo”. Siamo in tanti a non dormire, stanotte, nonostante l’aria pungente di dicembre.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 dicembre 2005 da in Uncategorized con tag .

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