Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Presepi d’autore

Prodiga di natività e alberi di Natale, la tradizione della letteratura moderna contempla pochi presepi, o almeno molti meno di quanto si creda. Per trovarli bisogna intenderne il senso traslato, e allargare lo spettro d’indagine.

Allora da John Milton a Guido Gozzano sarà tutto un susseguirsi di visioni natalizie, in cui il mistero della nascita di Cristo eserciterà un irresistibile fascino anche sui grandi autori moderni, inducendo in tentazione persino Ezra Pound, poeta di indubbio afflato metafisico ma riluttante quanto basta nei confronti di ogni manifestazione devozionale.

Al contrario, la letteratura è molto cauta con il presepe vero e proprio, quello di capanne e statuine, comete di cartapesta e laghetti di stagnola: lo si lascia brillare soltanto per un attimo sulla pagina, per dare subito dopo spazio all’immagine di un Cristo che si aggira per le vie della città “come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore”, o lo si anima nella rappresentazione di se stesso. Una sacra rappresentazione in cui il miracolo della nascita è costretto finanche a cercare asilo e peregrinare per rinnovarsi ogni anno (il Luigi Santucci del Dove farlo nascere?), ostacolato dall’indifferenza degli uomini e persino dalla diserzione dei Magi.

In questo pessimismo di fondo il presepe si fa invisibile ma non scompare mai del tutto, forse perché indissolubilmente legato alla memoria dell’infanzia e alla figura della madre inginocchiata davanti alla culla.

E cos’è, dopo tutto, Luca, se non un bambino mai veramente cresciuto, tenacemente attaccato alla dimensione dell’utopia e del sogno? Siamo nell’unico testo letterario (di letteratura per il teatro, in questo caso) in cui il presepe domina incontrastato, fino all’ultimo, fino al Luca malato e forse moribondo ma ancora perduto nella visione di “un Presepe grande come il mondo, sul quale scorge il brulichio festoso di uomini veri, ma piccoli piccoli, che si danno un da fare incredibile per giungere in vetta alla capanna, dove un vero asinello e una vera mucca, piccoli anch’essi come gli uomini, stanno riscaldando con i loro fiati un Gesù Bambino grande grande che palpita e piange, come piangerebbe un qualunque neonato piccolo piccolo”.
Davanti a questo ennesimo presepe invisibile persino Tommasino, figlio petulante e incontentabile di Luca, si arrende: “Ma che bellu Presebbio! Quanto è bello!”.

Perché ci vuole coraggio, a volte, a tornare bambini.

– Hanno smarrito la fede.
– In Dio? Negli uomini?
– In questo viaggio.

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