Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

I giorni del fuoco

E c’è il fuoco sacro delle fanòve, il fuoco antico del sole che cresce, a lustrare i campi e cacciare le streghe, appiccato alto, più alto dei tetti, e tizzoni e ceneri come amuleti, da portarsi a casa perché tocchino la vita o da spargere sulla fame scongiurata.

Racconta di giorni passati a raccogliere rami secchi e innalzare in piazza una pira che è una sfida impunita al cielo, alta come la maggior chiesa, sfacciata. E per cappello la marangia de papa Peppu, il ramo d’arancio rubato al giardino del prete, e spighe di grano a incorniciare il Santo del fuoco.

Comincia con l’intorciata illuminata dai sugghi, e una devozione che offre oro al sant’Antuono che passa, mentre gli usci si schiudono perché prosperità e fortuna tocchino ogni soglia. Si accende – infine – sgranando uno ad uno i giorni brevi ormai alle spalle, guizzando verso il termine della notte, illuminando il letargo della terra e le danze di ringraziamento cadenzate dai tamburelli della pizzica.

Arde festoso e a lungo spaventando la notte, il buio, il gelo e la morte, a fugare le residue paure dando loro un nome, per sempre.

[Oggi il fuoco rituale arde a Novoli, nella fòcara, l’immensa catasta di legna alta quanto un palazzo che si brucia per celebrare il termine della lunga notte invernale. Un’enorme torre di fascine d’olivo e di tralci di vite appena potata (almeno 70-80.000), alta 25 metri con una base di 20 mq, viene accesa la sera del 16 gennaio e brucia fino alla sera del 18, allorquando i fuochi pirotecnici concludono i festeggiamenti. Il tutto preceduto dalla processione dell’intorciata, così detta dai grossi ceri con cui si accompagna per le strade la statua di Sant’Antonio abate. Nella fòcara novolese convergono antichissimi comportamenti rituali popolari quali la raccolta della legna prima e, in particolar modo, quella dei tizzoni dopo, per riscaldarsi nelle fredde giornate di gennaio alimentando la frascera (il braciere). Ancora oggi, scaramanticamente, si raccolgono quelle ceneri, virtualmente benedette dalla presenza del Santo, che – conservate – vengono sparse secondo ancestrali credenze nelle giornate in cui il maltempo è particolarmente violento, a scongiurare possibili disastri per i raccolti. Il 17 gennaio, giorno della festa di Sant’Antonio, secondo un’antica usanza, nu sse ‘ncammara, cioè non si mangiano né carni, né latticini, e il pranzo del giorno è costituito da pesce o da gnocchi in zuppa di baccalà. Durante la festa si condividono chiacchiere e cibi come i mujatieddhri, involtini di coratella di agnelli, tranci di carne (di cavallino) al sugo, e gli scapece, cioè pesciolini conditi con aceto, pangrattato e zafferano. I dolci sono quelli tipici delle festività natalizie, pittule, purciddhruzzi e cartiddhrate.]

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Questa voce è stata pubblicata il 16 gennaio 2006 da in Uncategorized con tag .

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