Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Borghi incantati

faetoIl cuore del Subappennino Dauno, al confine con la Campania, dipinge scenari assolutamente inconsueti per la Puglia: il mare è lontano, e così i tetti piani, le persiane azzurre e gialle, il latte di calce e le case a grappolo. Qui sono colline dolci punteggiate di boschi, pietra bruna e tetti di tegole rosse, insoliti incanti che intonano nenie in lingue lontane.

Qui si arrampica il comune più alto della provincia di Foggia, appennì e Prazzùnne cùme un nitte de scèje (“appeso al monte Perazzoni come un nido d’uccello”) e immerso nei boschi di faggi che gli hanno dato il nome. Un manto verde composto anche da querce, cerri e varie latifoglie esteso per più di 150 ettari sul quale le stagioni polverizzano l’intera tavolozza rubata alla mano di Dio, attraversato da sentieri e interrotto nel suo silenzio sovrano solo dallo zampillo delle numerose sorgenti di acqua del territorio, conosciute per le spiccate proprietà diuretiche e curative. Se non fosse tanto benedetta, l’acqua di Faeto, non si spiegherebbero neanche i tanti mulini dislocati qua e là, a ricordare la sua funzione vitale per l’economia del territorio prevalentemente basata sull’agricoltura. Proprio ai mulini ad acqua dell’alta valle del Celone è dedicata la progettazione di un itinerario turistico specifico, che ne valorizzi l’importanza radicata nella storia e nella civiltà dei luoghi.

Luoghi abitati da una popolazione laboriosa ed ospitale, pronta ad assecondare i richiami alla quiete, al riposo e alla buona cucina, le cui radici storiche e culturali (le stesse di Celle San Vito e Castelluccio Valmaggiore) affondano nei tempi della colonia angioina, quando la zona era un pezzetto di Francia abbarbicato sulle montagne del Sud. Qui la parlata è una cantilena dolce, un po’ provenzale e un po’ meridionale, chiamata patois; un’eredità che non è un semplice dialetto ma una vera e propria lingua, anche per legge, che oggi è cultura, patrimonio e storia. Una storia di antiche tradizioni in cui riti, credenze, superstizioni, costume, folklore hanno generato una civiltà fatta di valori essenziali; una dimensione incontaminata capace di restituire il gusto della scoperta.

Per averne un’idea basta varcare la soglia della casa del Capitanio, oggi sede del museo etnografico territoriale delle comunità francoprovenzali di Faeto e Celle San Vito, che riunisce testimonianze sull’artigianato, l’agricoltura e la pastorizia locali dal Seicento ad oggi. Vi è allestita una raccolta di attrezzi di eccezionale interesse, usati non solo per il lavoro dei campi ma anche per tante altre attività legate alla vita quotidiana e domestica di una civiltà prettamente contadina, pastorale ed artigianale. Un velo sollevato sull’oblio che in tempi recenti ha travolto la maggior parte degli antichi mestieri: non si spiegherebbe altrimenti l’orgoglio dei pochi che ancora – ad esempio – intrecciano cesti di vimini e giunchi ormai inutili all’uso domestico ma potenzialmente preziosissimi sul versante dello sviluppo turistico e culturale.

Perché è a questo che si lavora, valorizzando al massimo le potenzialità del luogo: tracce di cultura che non si fermano ai monumenti in pietra, come la chiesa madre costruita nel 1570 utilizzando il materiale dell’antico castello e del monastero omonimo, o la già menzionata casa del Capitanio, ma si estendono alla “fonte Aquilo”, sorgente del fiume Celone, alla cosiddetta “Taverna di San Vito”, antica stazione di cambio dei cavalli sulla via Appia-Traiana, alla croce in pietra appartenuta al monastero del Santissimo Salvatore di Faito. Per coinvolgere l’intero borgo antico, raccolto intorno ad una miriade di vicoli angusti e tortuosi, che si snodano alle spalle della chiesa e nelle adiacenze del municipio in un percorso costellato di archi (“lo cunnùtte”, le porte del paese) di suggestiva bellezza.

Strade e vicoli spesso vuoti e cadenzati da un tempo che ti cammina accanto, scioglie l’ansia, ti ascolta, racconta.

[Perché Faeto? Perché domenica avrà luogo l’annuale Sagra del Maiale, la Fête de lu Caiunn – come si dice qui, riecheggiando la parlata provenzale – che si svolge in paese, dalla mattina fino a tarda sera, ed ha il suo momento più alto e drammatico nell’uccisione del maiale: un rito collettivo mantenuto vivo da un sentimento profondo e autentico, in cui storia e civiltà si specchiano in un passato fatto di asprezze e rigori, in un tempo nel quale davvero – come del maiale santificato dalla festa – non si buttava via niente.
E perché l’
itinerario ideale di cui Faeto fa parte insieme ad altri 22 piccoli pezzi di paradiso verrà ripercorso oggi, qui, anticipato dalle suggestioni di Raffaele Nigro che ne ha tenuto in pugno il filo].

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Questa voce è stata pubblicata il 3 febbraio 2006 da in Raffaele Nigro con tag , , .

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