Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Caos calmo

La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto crediamo.

Di quando ci si aspetta che un grande dolore esploda con dirompente platealità, e invece resta rintanato, sottotraccia, a incidere in silenzio un turbamento destinato a trasformare nel profondo abitudini e priorità.

Tra “normalità” e caos, in una sorta di calma piatta che nasconde tempeste di vita più o meno ordinarie capovolgendo le aspettative. Che non sono solo quelle di chi “osserva”.
Perché è proprio Pietro, l’io narrante, il primo ad essere consapevole del mondo senza bussola in cui si ritrova catapultato da un dolore “che non arriva” forte e plateale come ci si aspetterebbe.

Mentre i giorni e le pagine trascinano – al pari di un lungo e indolente fiume tranquillo – macerie di ogni tipo, pensieri, immagini, oggetti, personaggi, grovigli di esistenze. Un caos calmo che prima ancora di essere un ossimoro è la forma della contemporaneità, il ventre complesso e inestricabile in cui tutto questo si declina al presente sotto i nostri occhi.

Un dolore che pare non esserci, “che non arriva”, mentre giungono al suo posto decine di piccoli ingorghi esistenziali, nei quali di ogni possibile residua “normalità” non vi è più traccia.
Mentre Pietro si fa “soffrire addosso” e riempie il suo taccuino di elenchi, liste, enumerazioni, delle compagnie aeree con cui ha volato, delle ragazze che ha baciato, dei traslochi che ha fatto, delle comete che ha visto, per piegare la memoria, entrarci senza farsi male, magari aspettare il colpo basso, quel dolore come una pugnalata alle spalle, la vita – com’è giusto che accada – mentre sei intento a fare tutt’altro.

Ma le cose elencate – come Lara – non ci sono più, se non sotto lo scorrere della sua matita e dentro la sua memoria addomesticata. Il suo modo di soffrire, non ufficiale, non riconosciuto.

Finché la necessità di un ritorno non arriva attraverso la voce bambina di Claudia, sua figlia. Reversibilità, parola magica e illusoria. I topi non avevano nipoti, frase palindroma senza senso, ma dal suono perfettamente naturale.
Una cosa dalla quale si può tornare indietro. Accade in matematica e qualche volta anche nella vita.

[Libro controverso, osannato e criticato in egual misura. Da me due volte riletto e condiviso. Di questo ringrazio anche Gio, amico del suo autore e lettore del libro in bozza, per lo scambio di opinioni private che ha voluto regalarmi fin dallo scorso autunno. Tutto ciò che sembra di troppo è quello che fa male. L’abisso di noi in cui non vorremmo guardare. Non per questo – come spesso accade – è meno vero].

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Questa voce è stata pubblicata il 21 febbraio 2006 da in Sandro Veronesi con tag .

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