Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Settimana artistica: Hieronymus Bosch

Si riparte da Biz con Hieronymus Bosch, ovvero la nostra deriva, sub specie di follia, vizi e virtù.

Uno che dipinge esattamente ciò che vede con i suoi occhi, spesso spettacoli non proprio edificanti per l’umana progenie, ma – tant’è – assolutamente “naturali”.
Pare fosse un tipo tranquillo, tutto moglie, bottega e confraternita: il suo fascino sta nel cercare di capire dove sia nascosta la chiave di lettura per il magma di passioni che ribolle e straborda se appena osiamo scoperchiare la pentola…

C’è tutto un mondo popolare e tradizionale alle sue spalle, che intriga non poco, soprattutto quando incontra le raffinatezze di certo umanesimo: saggezze antiche di motti e proverbi, feste e processioni, riti quotidiani e ricca imagerie al seguito. Pane per i denti degli Adagia di Erasmo da Rotterdam e del Gargantua e Pantagruel di Rabelais, ad esempio, stesse maglie, stessa rete.

E un filo rosso tenace: la follia, condizione esaltata dalla ritualità carnascialesca e tutt’altro che ai margini della società. Pare che Dio stesso privilegiasse la bocca dei matti per esprimersi, e che questi fossero destinati alla loro personale terra promessa, “Narragonien”, così come ci racconta il bestseller satirico dell’epoca, firmato dall’umanista Sebastian Brant (una delle fonti più note dell’Elogio della follia).

Su quella “nave azzurra” i folli veleggiano lasciando dietro di sé una scia di inenarrabili oscenità e abiezioni, consegnate al persempre dalle immagini e dalle xilografie, diffusissime.

E anche Bosch riempie la sua nave – quella che vi porto e che potete ingrandire con un clic – caricandola di ogni sorta di metafora e allegoria, oscena o diabolica. Riecheggia cose assai concrete, questo guscio precario e instabile sotto il peso di varia e perduta umanità: la barca azzurra celebrata anche da Jacob van Oestvoren, ad esempio, quella che sfilava nei carnevali del Brabante e che diede il nome ad una confraternita che si burlava dei potenti (De blauwe Schuit, appunto).

Riecheggia e condanna, secondo un’ideologia non-religiosa ma sociale, rifiutando istinti e sregolatezza, vizio e inoperosità, divertimento e dissipazione, in nome e per conto di quella borghesia urbana che è l’esatto contrario (o almeno crede) del licenzioso, stupido, volgare e peccaminoso stereotipo cui si attribuiscono tutti i mali del mondo.

Contraddittorio e ambiguo, il Maestro.
Perché alla fine non si salva nessuno dalla follia: siamo tutti sulla stessa barca, insieme a fantasie e pulsioni che ci appartengono, sovrapposizioni inconscie e ingovernabili che travalicano il tempo e le tavole del Maestro.

E in fondo Bosch ci piace perché – dipingendo una nave in cui si confonde la prua con la poppa – parla anche di noi, che non sappiamo in quale direzione stiamo andando…

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Tutto il resto lo trovate da:
Biz
PensieroIntero
Serafico
Nefeli
Kiki
Valhalla

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