Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Il gelo in una stanza

…ci sono un uomo e una donna che costruiscono un enorme mappamondo di cartapesta, ma sono pigri e lentissimi, anche se i soldi di quel lavoro servono a tutti e due. Nonostante la lentezza con la quale procedono, il mappamondo viene bellissimo, ci sono disegnati tutti i mari e si vedono in rilievo i profili delle montagne, ma a lavoro terminato i due si rendono conto che il mappamondo a uscire dalla porta di quella casa non ci pensa neanche. È troppo grande. Per farlo uscire devono spingerlo, prenderlo a calci e dunque rovinarlo, ammaccarlo, distruggere il lavoro di settimane. […] Quando alla fine sono partita, ho pensato che il nostro amore, come ogni amore, era esattamente come il mappamondo di quel film: troppo grande per passare attraverso una porta e vivere dentro la vita delle cose normali. Troppo fragile per sopportare calci e spinte. Troppo assurdo per poter essere portato in giro e sottoposto agli sguardi degli altri.

Dopo un amore cieco due occhi ben aperti, nella Stanza 411. E uno specchio in cui si rifletta la nudità dell’io narrante.

Il corpo di una donna al centro del racconto, una stanza affacciata su un tempio pagano, una circolarità reale e metaforica che scandisca ogni movimento. Ed uno sguardo impietoso da cui si dipani il filo della storia incrostata di innumerevoli immagini e suggestioni, che altro non sono che ulteriori deviazioni dal tema.

Svicola, il racconto, per insinuarsi tra le pieghe di una notissima Szymborska, tra le assonanze di un incipit di Simenon, tra le ragioni di Ortega y Gasset o le pagine di diario di Wittgenstein. Per sfinirsi nelle incertezze di Chateaubriand e cercare conforto nei relitti di Brodskij: quando tutto è passato gli oggetti sono le uniche cose che sopravvivono. Nient’altro. Tutto il resto.

Una storia non lineare, non consequenziale, quasi fosse una successione di missive senza destinatario, ché solo una mancata risposta potrebbe spiegare l’apparente incoerenza della mossa successiva, che invece corre sul filo di una ricostruzione minuziosa, di scenario in scenario, di stanza in stanza, senza mai uscire – paradossalmente – proprio dall’ultima, la 411, quella in cui la storia viene rievocata, rimpianta, smembrata, ricomposta, dimenticata.

Una stanza per voce sola, di contraddizioni ed antipodi, di luci ed ombre, presenze e assenze, fruscii e silenzi, a tratti soffocante come se le pareti rispondessero ad un respiro concitato fino a comprimere le presenze evocate, altre volte guscio rassicurante per il solo fatto di contenere ogni altra stanza e capitolo di una storia via via sempre più somigliante ad un bacino in piena in cui sia stato gettato un sasso: acque tranquille ormai tracimate, il cui strabordare trascina con sé l’ordine ormai confuso delle cose e fa risalire in superficie ogni relitto dal fondo.

La voce del racconto evoca le sculture di Giacometti, una donna in apparente movimento, dal passo in realtà immobile, dalla direzione incerta, gambe lunghe e sottili e piedi come blocchi affondati nel fango. Protesa verso il cielo ma ancorata al suolo, fragile come un paio d’ali ma con radici che sono unghie rabbiose e disperate nella terra, prosciugate di ogni lacrima.

È una voce lucida e implacabile come solo una storia finita consente, come solo l’eterno presente di tutte le storie di amore, passione, lacerazione. Una storia che è quella di cui si parla ma contiene ogni altra, di chiunque altro. Anche la nostra.

Vedi come sono le lettere: avanzano in cerchi concentrici, eludono la trama, mescolano i tempi. Sono appunti di guerra. Schemi di battaglia scarabocchiati su un pezzo di carta.
Sono irritanti le lettere, ma che male possono fare, alla fine? Sono solo parole.

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