Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Le Tavole di San Giuseppe

Ci sono case, ogni anno a Giurdignano, in cui si fa la tavola per invitare i Santi, da tre a tredici, inderogabilmente dispari. È san Giuseppe che lo chiede, un voto o una grazia già concesse, purché tornino la cura e l’attenzione per lungo tempo riservate in primis ai poveri che confidavano nelle “sue” confraternite.

La tavola è smisurata e odorosa di lino candido, di fiori e ceri devoti, vegliata dalla sua icona e imbandita di cibi e di simboli: grossi pani guarniti di finocchi e di arance, vermiceddhi con ceci – bianchi e gialli come narcisi a risuonare di primavera –, pasta con il miele e mollica di pane, cavolfiori lessati che fioriscono come la verga del Santo quando il destino lo scelse quale sposo di Maria, pesce fritto o stoccafisso in umido – il Cristo stesso, con l’abito della festa –, e poi quei cipollotti amari (lampascioni) che crescono nel buio della terra e sembrano salutare la bella stagione, e ancora ceci, cartellate come fasce del Bambino, e purciddhuzzi con il miele, olio e vino, tutti allineati nel rispetto e nell’attesa.

Che mezzo paese si riunisca qui intorno, e che nel brusio indistinto dell’incontrarsi e dello sfiorarsi di occhi e di mani si levi la nenia antica di un rosario cadenzato dalle litanie, una richiesta di aiuto e preghiera inammissibili come i ricordi che affiorano prima di abbandonarsi alla fiducia che anche quest’anno il Santo avrà un angoletto per accoglierle, le speranze mormorate e quelle dimenticate.

San Giuseppe è a capotavola, il posto riconoscibile dal mazzolino di fiori legato alla sommità del bastone che batte un colpo secco e deciso al suolo, e rompe le righe di quella tavola santa. Che quando numerosa e gremita, oltre alla Sacra Famiglia accoglie sant’Anna, sant’Elisabetta, san Zaccaria, san Gioacchino, san Filippo, san Giovanni, santa Maria Cleofe, sant’Agnese e san Giuseppe d’Arimatea.

Il pranzo ha inizio, rituale, lento, pregato ad ogni piatto e sospeso da un reiterato tintinnare di forchetta. Restano i pani, alla fine, uno per ogni Santo, da portare via insieme alla grazia e al ringraziamento: “San Giuseppe te l’aggia ansettu” (San Giuseppe gradisca il tuo sacrificio) e la certezza che questa volta il padre l’abbia posata davvero la mano sul capo dei suoi figli più stanchi.

[Raccolgo così il gradito invito di Paesanino che nel suo blog straordinario offre oggi il ricordo della tradizione in onore di San Giuseppe. I suoi lettori stanno naturalmente facendo il resto.]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 17 marzo 2006 da in Uncategorized con tag .

Sto leggendo (o rispolverando)

I libri che ho appena letto:
Stefania's book list (read shelf)

Inserire il proprio indirizzo email per iscriversi a questo blog ed essere avvisati via mail della pubblicazione di nuovi articoli.

Segui assieme ad altri 113 follower

Pagine sfogliate da

  • 148,528 lettori squilibrati

Tanto per contare…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: