Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Della magia del fare

cittàLa riflessione sul nostro fare in queste ore è un filo tenuto saldamente in mano da molti – fortunatamente – anche attraverso le riletture e i ritorni. Le parole che avrei voluto scrivere le ho ritrovate tutte da lei, meglio di quanto avessi già fatto o potuto fare, e sono felice che queste mie righe siano in fondo solo delle note a margine, perché anche in questo ritrovarsi sulle medesime pagine la somma delle solitudini che sempre caratterizza l’agire rituale e tuttavia responsabilmente individuale si trasforma improvvisamente in un sentimento comune (nel migliore e più ampio dei sensi possibili).

Ché in ogni fare c’è sì un sapore, ma c’è anche un fondo che spesso è il suo contrario, senza che questo ne possa incrinare il gusto pieno e irresistibile che ogni volta ci fa tornare ad essere “nel giusto”, sì, a quel fare che sarà sempre troppo poco ma è la nostra impronta volontaria nell’esistenza, e in quell’universo mondo troppo vasto e incomprensibile per permettersi il lusso di essere soli.

Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città.

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8 commenti su “Della magia del fare

  1. ovidionasone
    11 aprile 2006

    Calvino, Queneau e Perec sono la mia ossessione :o)

    Grazie per Monteverdi!

  2. BibliotecadeBabel
    11 aprile 2006

    E che magnifica ossessione! :)A parte tutto, Calvino è il primo autore “da grandi” che mia madre mi ha dato tra le mani, in quinta elementare. Era il Marcovaldo bianco con le fasce rosse della PBE, ma è cominciato tutto di lì… Arrivare ai Fiori blu o a quel grande e affascinante mascalzone di Vian è stato un attimo. E solo l’inizio. 🙂

  3. BibliotecadeBabel
    11 aprile 2006

    Ehm… Monteverdi ringrazia per l’attenzione. 🙂

  4. manginobrioches
    11 aprile 2006

    Carissima, sono commossa da questa condivisione, che sento vera e profonda. Siamo, finalmente, al di là delle ore buie e concitate che la notte scorsa ci ha riservato, quando tutto il nostro “fare” sembrava disfatto, prima che dagli esiti, dalle modalità. Siamo al di là e non siamo più lieti o più ricchi, come sempre quando il nostro “fare” si misura con il cambiamento delle cose. Siamo un poco più amari, un poco più tristi. Ma in fondo, in quel fondo di cui parli tu, i sapori cambiano, l’amaro si trasforma in dolce, la volontà, l’impronta che tracciamo nella creta del mondo, anche solo scambiandoci queste parole, tracciando i nostri segni, con le nostre matite, risulta chiara e netta, ci conforta, ci dice che “è giusto”, per quanto poco sia. Siamo pochi e siamo molto.
    ti abbraccio con tutto il mio affetto
    anna

  5. manginobrioches
    11 aprile 2006

    ps: ti ho linkato. mi sembrava un indispensabile “fare”.

  6. BibliotecadeBabel
    12 aprile 2006

    Anna, grazie. Al mio pensare, scrivere, “fare”, non è mai estraneo il medesimo agire di chi mi sta intorno. E alla tua scrittura, a ciò che gravita intorno a quelle righe, devo – con gratitudine – molte mie riflessioni su temi importanti. Non solo qui. :)Un abbraccio ricambiato, di cuore.

  7. ovidionasone
    12 aprile 2006

    Mi sono venute le lacrime agli occhi quando ho letto del tuo MARCOVALDO, che era anche il mio! La mia fortuna è stata quella di avere un padre discreto lettore; in casa avevo una biblioteca piccola ma sfiziosa. Davvero il MARCOVALDO con le bande rosse è uno dei primi che ho letto, seguito da tutti i racconti di POE (!). Sarà per qwuesto che sono cresciuto così incasinato????

  8. BibliotecadeBabel
    13 aprile 2006

    Ovidio caro, non credo… :)E ne sono così convinta che il rito del Marcovaldo si ripeterà, tra un annetto, quando lo passerò a mia figlia. Magari non proprio quella copia (di cui sono gelosissima…) :)))

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Questa voce è stata pubblicata il 10 aprile 2006 da in Italo Calvino con tag .

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