Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La voce del silenzio

A dispetto dei dubbi sulla sua data di nascita, oggi si celebra un po’ ovunque Samuel Beckett, dall’Irlanda in festa ad un’Italia che cerca di non sfigurare. Avevo ripensato a lui pochi giorni fa per tutt’altre considerazioni: la faccia più bella del Novecento, con quelle rughe che sono scrittura disegnata nella carne, solco impresso dalla vita e dalle cose attraversate.

Come una ragnatela pulsante su cui fosse possibile seguire le tracce dell’uomo e del grande drammaturgo, da Dublino a Parigi, dalla venerazione per Joyce alla scrittura concertata con Proust, dall’Ecole Normale alla libreria di Sylvia Beach, fino alla serrata successione di tavolini da caffè, ad altri incontri e sodalizi, al vino, alle donne. E se la matita di Tullio Pericoli ha davvero trasformato il suo volto in “luogo narrativo” e radiografia dell’anima, nessuno – al contrario – ha potuto registrare la sua voce. Cosa perfettamente coerente con l’obiettivo da lui caparbiamente perseguito per tutta una vita: trapanare nella lingua “un buco dopo l’altro, finché ciò che si rannicchia dietro – che sia qualcosa o nulla – cominci a trasudare“.

Il silenzio come unico suono liberatorio: “una voce e un silenzio, una voce di silenzio, la voce del mio silenzio“. Unico attore sulla scena, modello esemplare incarnato dal Belacqua dantesco che al meglio esprime le “giaciture di silenzio” nel suo sedere abbracciando le ginocchia e “tenendo ‘l viso tra esse basso”. Come tanti suoi personaggi colti nell’immobilità rannicchiata intorno a “le corte parole“, come lui stesso, all’orlo stretto, invalicabile e chiuso della condizione umana, nella quale si continua – ugualmente – pur nella tentazione di gettare la spugna.

Un silenzio che scavi in quella “materialità arbitraria” delle parole fino a toccare di esse il “vertiginoso abisso di silenzi tesi ad annodare, sul senza fondo, un sentiero di corde sonore“. Come le “enormi pause nere” che inghiottono la superficie del suono della settima sinfonia di Beethoven, distruggere il nome delle cose per giungere – finalmente – ad esse.

Un precipite distruggere nomi, in nome della bellezza. Il silenzio, e uno sguardo che si accechi per meglio vedere.

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5 commenti su “La voce del silenzio

  1. ovidionasone
    13 aprile 2006

    Con tutto il rispetto per Beckett e Pericoli, la faccia più bella del novecento è questa:

  2. BibliotecadeBabel
    13 aprile 2006

    Tanto di cappello, naturalmente… Siamo a livello di facce sublimi: anche quella di PP porta scritta addosso una storia. Non farmi ammettere di avere un debole per il lampo assassino che si sprigiona dalla pupilla cerulea dell’irlandese… 😉

  3. Senzapiutempo
    14 aprile 2006

    Ti lascio i più sinceri auguri di Buona Pasqua.

  4. utente anonimo
    14 aprile 2006

    Tanti auguri, ciao Stefania.

  5. BibliotecadeBabel
    14 aprile 2006

    Marisa e Guido, abbiate i miei più cari auguri, che per ora lascio qui, ma che conto di portarvi direttamente, domani. Finalmente mi sono lasciata un margine per leggere e salutare, cosa sempre più rara, ormai, per colpa del tempo che non basta quanto vorrei. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 13 aprile 2006 da in Nathalie Léger, Samuel Beckett, Tullio Pericoli con tag , .

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