Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Dietro l’immagine: un Venerdì Santo

holbein ambasciatori

Quando nel 1987 uscì per i tipi di Longanesi il suo fortunato volume sull’arte di “leggere l’arte”, Federico Zeri aprì la sua prima conversazione con questo celebre dipinto di Holbein il Giovane, noto con il titolo di I due ambasciatori. In quel contesto gli interessava semplicemente far emergere quale peso potessero avere nella valutazione ed interpretazione di un’immagine – al di là di un primo livello di lettura – certi riferimenti culturali (scontati per l’epoca, un po’ meno per noi), certi precisi codici simbolici e iconografici, quella grammatica iconologica di cui Aby Warburg tenne massimo conto sin dai primi anni del Novecento e che ha permesso di elaborare un metodo critico serio e documentato che riserva tuttora nuove sorprese. Complice il passare del tempo, la dispersione di tante chiavi di lettura e l’oblio nei confronti della maggior parte dei significati simbolici propri di certi codici e di certa comunicazione.

Di qui alla tentazione dell'”enigma” il passo sarebbe breve. Ma lo scenario di Holbein è assolutamente “reale”.

È il 1533. Due ambasciatori del re di Francia nella Londra di Enrico VIII posano per Hans Holbein il Giovane, ritrattista tra i maggiori di ogni tempo. Tra i due diplomatici, uno scaffale pieno di strumenti astronomici e musicali; più in basso, in primo piano, un teschio deformato per anamorfosi è come “proiettato” su un pavimento dal disegno complesso (un hohles Bein, praticamente la firma dell’artista); alle spalle degli ambasciatori, non pareti, ma un tendaggio ricamato.

Da questo scenario riparte John North, con un suo lavoro recentemente tradotto in Italia, per addentrarsi oltre la complessa rete di rimandi e di simboli propri dell’epoca rinascimentale ed offrire una suggestiva interpretazione. In tema con la giornata odierna. Nel dipinto sarebbe infatti nascosto un messaggio religioso a difesa del Cristianesimo, una sorta di riproduzione simbolica e cifrata della liturgia del Venerdì Santo cattolico al tempo di Enrico VIII e delle sue “intemperanze”.

A rivelarlo sarebbero i riferimenti culturali (primi fra tutti gli strumenti astronomici) disseminati e dissimulati solo apparentemente nel modo casuale che un semplice memento mori richiederebbe (tale è sempre stata l’identificazione corrente della scena dipinta da Holbein). Si va dal globo celeste raffigurato in modo tale che i calcoli diano come risultato la data dell’11 aprile 1533, il Venerdì Santo di quell’anno nella sua ora quarta, confermata dalla misurazione degli altri strumenti presenti, come l’orologio poliedrico o il torquetum.

Ma anche i libri: il Manuale di aritmetica di Petrus Apianus semiaperto con una certa inclinazione in gradi accanto al globo terrestre, sul ripiano occupato dal liuto a undici corde (meno una, quella rotta, e questo ha un suo significato); o l’Innario di Johann Walther aperto su un canto del Venerdì Santo composto da Lutero.

E ancora, il complesso reticolo di linee e di angoli che disegnano gerarchie invisibili ad occhio nudo ma incontrovertibili alla luce di un messaggio proveniente dalla Chiesa: fulcro del quadro resta il crocefisso seminascosto al’angolo sinistro del tendaggio di fondo, in silente dialogo con gli oggetti, i personaggi, le allusioni.

E il tutto ha un suo fascino indubbio: quello di una lingua misteriosa che se decifrata è capace di spalancare orizzonti nuovi da guardare anche lì dove avevamo sempre creduto di vedere.

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2 commenti su “Dietro l’immagine: un Venerdì Santo

  1. vouvoltar
    15 aprile 2006

    queste letture su più piani mi fanno impazzire, e parlano di una cultura raffinatissima che lavora su molteplici aspetti e aguardi sulla vita, parla di artisti coltissimi e di un orizzonti di saperi che forse oggi abbiamo frammentato troppo.
    naturalmente auguri anche a te:)

  2. BibliotecadeBabel
    18 aprile 2006

    Fa impazzire anche me 🙂
    Siamo noi ad aver perso i “codici” per decifrare quello che ci appare “mistero” quando non riusciamo a “leggere”. Il piano simbolico, il rimando, l’allusione erano la norma fin dal Medioevo: l’analfabeta era tale, ma sapeva benissimo a cosa alludeva ogni minuzia iconografica all’interno dell’immagine che gli veniva proposta per raccontargli le Scritture…

    Un caro saluto. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 14 aprile 2006 da in Aby Warburg, Federico Zeri, Hans Holbein il giovane, John North con tag , , .

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