Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’orologio di cenere

Il solo modo per provare a conoscere i personaggi “chiave” è entrare nel Blueroom, pochi avventori e molti amici, odori densi di fumo e di vite ad alto tasso alcolico tenuti insieme dalla musica di Tom Waits. Non ultima, una vetrata che lo separa dalla notte e dal resto del mondo.

Un po’ come entrare in un quadro di Hopper, ma questa è la sensazione (viziata – certo – dalle mie personali inclinazioni) che attraversa tutte le pagine del libro: di taglio spesso cinematografico, popolate da soggetti afflitti da incomunicabilità reale e metaforica, costruite intorno a spazi che sono reali e metafisici insieme (quasi [arche]tipici), per quel senso di sospensione, di deserto, di incompiutezza, per il sapore amaro che resta sulle labbra ogni volta che un nuovo particolare utile al dispiegarsi della trama si svela.

Una trama strutturata per quadri in sé conclusi e frammenti bisognosi di combaciare, che scorre rapidissima – complice una scrittura immediata, forse talvolta anche più ricercata di quanto la situazione richiederebbe – e che ha il pregio di tenere alto il senso di aspettativa e la tensione, anche perché quasi tutti i capitoli si chiudono lanciando l’imbeccata di un elemento a sorpresa e catapultando la curiosità direttamente nelle righe del capitolo successivo.

Un racconto nel quale i colori del noir indulgono verso inaspettate sfumature riverberando quelle che altrimenti resterebbero le ombre (sterili) di vite apparentemente mai scalfite dai sentimenti e afflitte – invece – da una disperante solitudine. Come i dipinti di Hopper queste pagine sono pervase da un senso generalizzato di estraneità e distanza che non riguarda solo l’elemento umano, bensì soprattutto i luoghi: non riconoscibili come tali, privi di un’identità e di un tempo che appartenga loro, senza eroi né interazione tra gli esseri umani.

Solitudine e deserto in cui si muove senza apparenti rimpianti e rimorsi il protagonista, River Crane, dietro il cui soprabito di investigatore atipico riecheggiano fin troppi personaggi e “colleghi”. Ma anche questo contribuisce probabilmente a fargli guadagnare l’incondizionata simpatia del lettore, trascinato in più occasioni nella sua personale dimensione onirica, nei suoi suoi incubi, e nel fiume di whisky cui ogni volta è demandato il compito di travolgere passato e presente “sciogliendo ogni legame, ogni elemento di comunanza”. In queste digressioni – che irrompono improvvise nella trama con la velocità di una meteora – si celano le parole “chiave”, compreso il titolo del libro: una palude di paura e panico che riecheggia quasi il limone e la cenere sulle labbra di un altro incubo letterario, con implicazioni riguardanti la natura precaria delle cose, fors’anche di quella mai nominata malvagità umana che si snoda come un filo rosso in tutta la storia e che – alla resa dei conti – si rivela l’unica responsabile di ogni estraneità e di ogni distanza.

Se manca un vero e proprio lieto fine con annesso messaggio di speranza, ci consoli almeno il sapere che il medesimo destino incenerirà ogni cosa, anche la peggiore, e che da tutta questa storia – come dalla vita – non escono né vincitori né vinti. L’autore non ci dice dove l’epilogo della vicenda porti River Crane a concludere le sue riflessioni, ma possiamo immaginarlo e ritornare al Blueroom: perché effettivamente non sai se lì, tra i fumi e gli effluvi che avvolgono il confabulare sommesso separato dalla notte, da sé stessi e dal resto del mondo, l’intrigo inizi o finisca.


Aldo Moscatelli
L’orologio di cenere
I Sognatori, Lecce 2006

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Questa voce è stata pubblicata il 23 luglio 2006 da in Aldo Moscatelli, Sylvia Plath con tag .

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