Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Muse nella polvere

muse-nella-polvere«Desidero solo che le dolci Muse mi portino in quei luoghi sacri e alle loro fonti, lontano dalle ansie e dagli affanni e dalla necessità di fare ogni giorno qualcosa contro voglia»

Gli Spartani ascoltavano la musica dei flauti per rimuovere dai combattenti l’accanimento e l’odio, e prima delle battaglie facevano sacrifici alle Muse perché il lume della ragione non li abbandonasse. Furono proprio gli Spartani ad opporsi alla distruzione di Atene, loro che avrebbero potuto – vincitori – raderla al suolo e che invece non lo fecero, complice la recitazione di una tragedia di Euripide. Le Muse, ancora, provvidenziali.

Forse le Muse non assistono più la nascita degli uomini, né bagnano di rugiada dolce la loro lingua irradiando la loro benedizione su quanti sarebbero in grado di placare i conflitti e portare pace. I loro doni non appartengono neppure a coloro che la natura ha beneficiato e investito di intelletto e potere, anzi, soprattutto a loro.

Dicono che ancora ci parlino, le figlie pensose di Zeus e Memoria concepite per rendere più lieve agli uomini il vivere e il patire le cose.

Ma in quale ricordo e in quale emozione potrà trasformarsi questo tempo vissuto e scritto con alfabeti di morte, con fastidio, scontento e fatica interminabile, con lo sforzo di star vivi d’ora in ora, dimentichi del silenzio divino delle origini, e quale voce si distingue – ora – tra quei ciuffi e quella pelle di polvere in cui era scritto il modo che si sapeva e si poteva, ed un futuro che non verrà?

Non è il vivere a tagliare le gambe. No.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 luglio 2006 da in Cesare Pavese, Plutarco, Publio Cornelio Tacito con tag .

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