Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ritorni

Di ricordi e di ritorni.
La stagione è probabilmente complice di tante riflessioni lette e meditate in questi ultimi tempi, il cui filo rosso sembra [ri]avvolgersi e [ri]trovare passi già compiuti in direzione opposta, avvistando il possibile bandolo nella matassa dei giorni. Con movimenti circolari, cauti, ponderati, sapendo di non manipolare solo materia geografica.

Falsi movimenti, forse, come il ri-cordare che conduce al cuore, [ri]tornando alla sede eletta della memoria. Gomitoli e spirali su cui si spostano viaggiatori pentiti o – più probabilmente – consapevoli del senso del ritorno. Che nel [ri]avvicinamento al cuore fiutano radici di senso così vicine all’arte desueta del tèssere e dell’intrecciare: rammentare, si è detto altrove, come percepire l’urgenza di una trama ricomposta con pazienza, o rammemorare, capienti nel recupero quasi eroico di frammenti di memoria sbriciolati da quotidiane deflagrazioni.

Si [ri]torna e tutto si [ri]compone, l’increspatura sull’acqua si stira, ogni tassello chiarifica il disegno incastrandosi nella lacuna che in origine era il suo posto. E quando non si tratta di distanze che attraversano la geografia sono viaggi non meno avventurosi. Partiamo da noi restando, e spesso a noi ritorniamo grazie agli altri. Senza i quali siamo angosciosamente relegati fuori della realtà, come accade tutte le volte in cui non ci riconosciamo se non in relazione ad un riflesso (di cui crediamo di poter fare a meno, al prezzo altissimo di essere vagabondi e sradicati da noi stessi). Come accade in tutti non-luoghi delle nostre esistenze sbandate, affollati solo apparentemente di nostri simili ma in realtà stritolati dalla solitudine e dall’attesa di uno sguardo, di una parola, della reciprocità di un gesto.

E mi piace pensare che quella comprensione che proietta le emozioni fino a permettere di identificarsi con l’altro assumendo il suo punto di vista si esprima nell’immagine più domestica e familiare del “mettersi nei panni” altrui. [Ri]tornando (ancora una volta) all’idea accogliente di trame intessute con pazienza e dedizione, e all’immagine di qualcosa che “si fa” sotto i nostri occhi e le nostre mani grazie al movimento di una navetta di cure, attenzioni e parole che tra quei fili passa e ripassa.
Di andate e di ritorni. A chiudere il cerchio.


Poche righe per dirlo, pensando con gratitudine ad Anna, Clelia e Zena, tessitrici di parole e di empatie.
E… ad Angèle, per questo dono inaspettato.

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