Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ossimori al veleno

Niffoi vince il Campiello a soli quattro giorni dall’arrivo nelle librerie del volumetto che gli infligge la pubblica gogna sul banco dei cattivi contemporaneamente affollando l’attesissimo Festival della stroncatura.

Lui, colpevole di rappresentare certa retorica del sublime basso, contende il poco ambìto trofeo niente di meno che alla profonda superficialità di un Oceanomare. Si era scherzato, solo pochi mesi fa, di fronte al subbuglio della bariccheide, celebrata dai più accorti con la dovuta ironia e levità. Se ne riparla, in questi giorni, perché stroncare pare sia un’arte e per di più in ottima salute. Le opinioni in cui mi sono imbattuta (ad esempio qui), anche diametralmente opposte, sono tutte molto interessanti pur non sciogliendo i nodi di fondo.

Nodi in cui mi impiglio ogni giorno, visto che il lavoro (nel mio piccolo) mi impone – tra le altre cose – di esprimere un giudizio (determinante) su parole e scritture altrui. Un giudizio, purtroppo, non una semplice opinione, visto che da questo passo dipendono i successivi, nella breve vita di un manoscritto che aspira alla visibilità di una vetrina. E tuttavia questo giudizio deve tener conto di fattori che ben poco hanno a che fare con l’idea poetica che del libro aleggia nelle menti educate alla lettura come piacere connaturato ed essenziale. E alla scrittura di conseguenza. Mi ricordano sempre che un libro “vale” quando la vendita, il passaparola, il gradimento in ogni sua forma ne decretano il successo. Discorso che riguarda tanto i “piccoli” quanto i best sellers di risonanza planetaria. Dunque, a parte le cose del tutto improponibili, il mio “fiuto” o le mie “simpatie” devono tener conto della domanda, e rimandare ad altre vite ed altri universi la velleità e la responsabilità di essere propositivi e di tentare di educare il gusto della folta schiera dei lettori potenziali.

Dunque, di fronte ad autori e libri che non piacciono (soggettivamente) ma vendono (oggettivamente) potrei iniziare col dire che trovo la questione dei critici e della loro patente assai noiosa. Che tra i recensori e i critici c’è chi svolge il proprio lavoro come si deve e chi no. Che leggo con interesse gli uni e gli altri ma che ai libri arrivo per altre strade. Che li capisco (quando parlano male di certi libri), molto di più di quando tessono lodi sperticate. Che – anzi – il sospetto è d’obbligo di fronte ad ogni eccesso, e che fin troppo spesso alle lodi o alle detrazioni non corrisponde il vero.

Ma poi… Ha davvero senso quel pulpito, di fronte alle scelte personali del lettore?
A chi – realmente – serve l’affondamento degli scrittori cosiddetti “alla moda”?
Chi – realmente – può applaudire allo scempio in piazza, visto e considerato che quelli che leggono almeno di domenica sono infinitamente meno di quelli che non leggono affatto?

Ho l’impressione che si ritorni alla già sentita questione dell’invidia, brutta bestia che divora chi dell’autore e del libro messi all’indice conteggia golosamente i soli profitti senza riuscire a far pendere la bilancia dalla sua.
Però non è così che si fa.
E infatti ho anche l’impressione che un lettore “forte” e dotato di autonomia critica sufficiente a non farsi abbagliare da nessuna delle parti in causa possa sentirsi persino infastidito. O fare spallucce, capovolgendo gli intenti della critica. Sono infastidita, confesso, ma mi godo lo spettacolo e soprattutto i suoi strascichi, quasi mai corrispondenti alle aspettative delle stoccate. Tra i “condannati” ci sono autori che leggo ed altri che non sopporto ma che quasi quasi mi vien voglia di rispolverare. Di verificare. Per capire. Prendo queste crociate come un’intrusione nella mia personale autonomia di lettrice senza capirne fino in fondo il senso costruttivo: perché, come mi è capitato di considerare altrove, non esistono libri “da leggere” assolutamente o – altrettanto categoricamente – da “non leggere”.

Almeno finché i libri assomiglieranno alle persone che incontriamo nella nostra vita: che valgono in sé in quanto incontri, coincidenze, ogni volta che sono capaci di lasciare un’impronta e di schiuderci un orizzonte nuovo.

p.s. Per inciso, il libretto è assai istruttivo, anche per uno che legge e apprezza con moderazione Baricco, De Luca e Niffoi ma non ama la Santacroce e Scarpa. Il migliore tra i criticoni? Berardinelli, a mio modestissimo avviso. La classe – il modo, anche nel fustigare – conta, eccome.


Giulio Ferroni, Massimo Onofri, Filippo La Porta, Alfonso Berardinelli
Sul banco dei cattivi. A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda
Donzelli, Roma 2006

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