Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Tra due tempeste

Se la quiete fosse geometria sarebbe una figura piana ed equilatera. Se fosse materia potrebbe dividersi tra aria ed acqua, in una sorta di vapore al pelo dello stagno, in un momento sospeso come solo l’alba o il crepuscolo. Ma immagino anche un flusso denso, oleoso, trasparente, quasi immobile, privo di esalazioni eppure profumato dentro. Un cielo lavato dalla pioggia o dal maestrale, una terra riarsa purificata dal fuoco e intrisa di acqua nuova. Un tempo senza prezzo che la nostra fretta quotidiana ha quasi perduto ma di cui conosciamo perfettamente il valore. E una condizione dell’animo cui la nostra angoscia aspira brancolando nel buio e procedendo per tentativi – e noi con lei – ostacolati dalla nostra «ininterrotta recita sociale».

A domandarsi cosa sia la quiete si finisce per pensare alle tempeste, e all’impossibilità di specchiarsi mentre l’acqua scorre o ribolle. Desiderando in maggior misura una risposta essendoci già dentro, a quella quiete, nell’attimo presente. Che la lettura rende – secondo Magris – momento privilegiato, come farebbero l’amore, l’amicizia o uno sguardo in cui si rivelino i colori di una stagione o l’ampiezza dell’orizzonte.

Un buon libro – o anche solo una buona pagina – sono in questo senso una promessa di quiete. Quasi mai tradita; la volontà di riprendersi il proprio tempo domandando loro «ciò per cui essi esistono, vale a dire qualcosa che aiuti a capire e a vivere un po’ meglio le ombre, gli incanti, le paure, le speranze, gli equivoci, gli smarrimenti di ogni giorno».

E mi piace che per questo qualcuno abbia rispolverato il lunario – qualcosa che sa di giorni antichi sotto il cielo, sgranati uno ad uno dalla corona del tempo recitando santi, astri e feste – infilandoci tanti libri quanti sono i giorni. Trecentosessantacinque occasioni di quieta riflessione, e altrettanti irrinunciabili compagni di viaggio. Trecentosessantacinque perle da comodino e l’ambizione di non avere mai un posto sullo scaffale.

L’acqua del mare, quando è turbata d’onde e di tempesta e di movimenti, non riceve bene la luce del sole…, ma quando sta in quiete o in riposo, allora la luce v’adopera grandemente la virtù sua e illuminala tutta…

(Giordano da Pisa)


Lunario dei giorni di quiete
a cura di Guido Davico Bonino, prefazione di Claudio Magris
Einaudi, Torino 1997 (2006)

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Questa voce è stata pubblicata il 10 ottobre 2006 da in Claudio Magris, Erving Goffman, Giordano da Pisa, Guido Davico Bonino con tag , .

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