Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

[Auto]biografia di una sfida

Lèggere un libro e potersi confrontare con il suo autore è un privilegio: pone sacrosanti limiti all’interpretazione, conferma o smentisce alcune impressioni, fornisce chiavi che coincidono con le tue serrature o addirittura spalancano porte neppure messe in conto. A Remo il mio grazie per essersi fatto trovare, e lèggere.

Con questo libro avevo scommesso – tanto per non sentirmi fuori tema e familiarizzare con un ambiente in cui è bene guardarsi le spalle – che le cose più evidenti e a portata di naso fossero lì per confondere le acque. Che si parlasse di una cosa per parlare (anche) d’altro. Che ci si inventasse una seducente canaglia d’uomo che spezza il cuore per raccontare la continua sfida di una vita in fuga, che alla fine è una storia fatta dalla storia degli altri, incontrati e poi perduti, anche per scelta, o per scommessa. Che la scrittura di Remo Bassini – per quanto lui confessi di scrivere e basta, senza piani, senza strategie né progetti – fosse un’architettura perfettamente conchiusa, nella quale le storie sfuggono in ogni direzione – solo all’apparenza – per coincidere magicamente ad un certo punto, quando meno te l’aspetti, serrando il cerchio e facendo tornare i conti, senza sbavature né passi falsi. Il tutto al ritmo concitato di continui scambi di tempi e di persone (prima e terza, soprattutto), con le cose che accadono e rimbalzano attraverso lo sguardo del protagonista o vengono raccontate al di fuori dei suoi occhi, senza mediazioni né filtri, intrecciandosi con le vite assortite che ne incrociano i passi per caso o destino.

Che se non è scambio è reciprocità, corrispondenza, anche tra esseri, e c’è la psicologia dei personaggi a dirlo: scavati con profonda cognizione di causa, come se l’autore li avesse realmente incontrati prima ancora di calarli nella finzione, come se ne fosse stato attraversato dentro senza la possibilità di rimarginare i segni di quegli incontri. Come se ogni loro mossa fosse ormai resa prevedibile e scontata dalla familiarità e quindi alla fine guardati dissimulando l’attenzione, fingendo – anzi – un’attitudine al prossimo frettolosa e distratta, insofferente ai vincoli, impaurita da ogni ipotesi di coinvolgimento, ma distogliere lo sguardo e schivare l’impatto frontale è autodifesa, un modo per sviare l’attenzione da sé, per parlare d’altro.

Avevo scommesso che la storia di ordinaria italianità attorno a cui si sviluppa il libro non fosse il centro. Che al di là dello scenario squallido dei fatti, della corruttela, di campagne elettorali, colpi bassi, espedienti discutibili o amorali, vite spiate, intercettate, demolite o ridisegnate, altre fossero le cose che restano e che – giunti all’ultima pagina – rilasciano tutto insieme il magone covato lungo il percorso: gli uomini e le donne, la quotidiana sfida per sopravvivere al margine con dignità, i piani inclinati e squilibrati su cui sono costretti a confrontarsi e a lottare, le stelle e le stalle, le polveri e i mancati altari. Soprattutto, le scommesse che anche quando riescono non è detto che non lascino l’amaro in bocca e un rosario di domande sul senso delle cose, se mai ne avessero – di senso – l’indigenza, la malattia, l’arrabattarsi, il rimpiangere, certe miserie quotidiane che non sono di pane, certe solitudini che in una cittadina di provincia giganteggiano.

O il ricordare. L’autore ci spiazza con continue incursioni nel tempo, ma il passato e l’anima di quest’uomo senza nome (e dai tanti nomi possibili, se solo li riconoscesse guardandosi allo specchio) ritornano spesso a infestare la direzione sfuggente del suo sguardo sulle cose, e sanno anche di pane inzuppato nel latte. Un’immagine (per tutte) che ha un sapore, un profumo, una consistenza ai sensi. Che sa, in ogni senso possibile. Che resta, dopo tanta fuga, per vincere con sé stessi la scommessa più importante.


Remo Bassini
Lo scommettitore
Fernandel, Ravenna 2006

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Questa voce è stata pubblicata il 20 ottobre 2006 da in Remo Bassini con tag .

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