Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Della materia dei sogni

“Ignoriamo il significato dell’universo, ma c’è qualcosa nella sua immagine che concorda con l’immaginazione degli uomini”.

Annunciato dall’inserto domenicale di «Repubblica» (che potete scaricare in pdf) è in libreria da due giorni Il libro degli esseri immaginari di Borges, già noto come Manuale di zoologia fantastica ma ora in una nuova traduzione e comprensivo di ghiotti inediti.

Un intreccio di corpi e di metafore che arriva da lontano, nutrito da miti e da tempi di concordia tra uomo e natura, da fedi e terrori, da racconti passati di voce in voce, e che è il riflesso di ciò che sogniamo e da cui siamo sognati, il vuoto che non spieghiamo se non attraverso il simbolo. Se è vero che siamo fatti della stessa materia dei sogni (paure e desideri, in fondo), nessun bestiario fantastico (e neppure questo) ha mai inquietato per le sue deformità ma solo per il suo terribile assomigliarci.

E per essere una sorta di storia mobile dell’infinito, in barba ad un mondo pensato vero, visibile e fermo, invece abitato dalle nostre paure e dalle nostre tenebre che si fanno pagina del medesimo libro circolare che ci riguarda, parola in transito di un viaggio che dura da eoni, e corpo, e questo corpo è fenice, giaguaro, unicorno e cerbero, ma anche nomi ignoti e destabilizzanti, e tutti vanno a popolare ogni crepa e commessura di questo universo che si spaccia per vero, quasi in preda al sacro fuoco dell’horror vacui.

Inganni ed enigmi – dice Borges – sgusciati da quegli “interstizi di assurdità” in cui si annida e veglia la nostra solitudine, dove altri sogni e ulteriori universi vengono continuamente generati e stanno ai nostri (universi e sogni) in mutua e solidale reciprocità.

Compagni di viaggio, che ci piaccia o no, senza i quali scandagliare la nostra storia resta un’impresa sterile, costretta a servirsi di alfabeti inutilizzabili, di inchiostri volatili e di libri finiti, che nessuna Biblioteca potrà mai contenere e nessun labirinto declinare, come invece chiede il dubbio, che lì cerca continuo asilo e infinito andare.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2006 da in Jorge Luis Borges con tag , .

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