Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

A tutto volume

Lo so. Ho rubato il titolo di questo post ad un vecchio programma televisivo in cui si parlava di libri, ma me ne sono resa conto solo dopo. In realtà pensavo al libro di Cinzia Pierangelini, da poco letto con viva soddisfazione e tutto d’un fiato, cercando invano di attribuire un ordine alle cose che mi hanno colpito di più. Chi l’ha già letto, capirà. A tutti gli altri posso tentare di chiedere di credermi sulla fiducia. Per la cronaca – non volendo ripetere fatti e particolari riguardanti la trama, già abbondantemente reperibili altrove – dirò solo che le pagine intrecciano storie, personaggi e luoghi comuni in un paesino siciliano degli anni Settanta (in realtà fuori e al di sopra di ogni tempo).

Avevo da un lato un titolo spiazzante, che sin dalle prime pagine non sai se conti più il muro o il filosofo. Eraclito è lui, Matteo Micciché, forestiero nel fisico slavato e fragile ma fin troppo siciliano nel nome, carattere difficile e snobismo capace di fargli il deserto intorno costringendolo a vivere “ai limiti della socialità” usando una penna “affilata come una scimitarra”, critico musicale temuto e odiato da ogni artista costretto a esibirsi, anche in sua assenza, nel locale teatro.

Da qui al muro solo pochi passi, “solo un muro” ma dotato di una voce capace di farsi largo tra le coscienze e le cattive abitudini. Il muro è un testimone inconsapevole, fidato, democratico, lo specchio di una comunità che trama nell’ombra e gode alla luce del sole i benefici effetti dei suoi sotterfugi, il termometro di ogni furbizia e viltà. Ci si scrive su, per consuetudine radicata, come fosse un’enorme e inesauribile pagina (periodicamente reimbiancata e svuotata delle sue storie imbarazzanti). E come ogni pagina – quando bianca – capace di generare panico e sconforto in attesa di un segno che diventi racconto.

Confesso che ho riso molto, che in più luoghi e circostanze i personaggi, il sapore delle golosità piluccate tra una chiacchiera e una strategia, il fruscio dei loro abiti e dei loro gesti asserviti al copione, sono usciti dalle pagine e si sono impadroniti dello spazio intorno, facendone una smisurata passerella di caratterizzazioni, tipi e parlate. Dopo la voce del muro quella degli uomini, da leggere a voce alta perché la musicalità del gergo e di certe piccole saggezze popolari è capace di disegnare mimica, distorsioni e struggimenti degli acrobati sempre sull’orlo di una crisi di pianto.

Come tradizione vuole, Eraclito resta vittima dei suoi stessi piani, andando letteralmente a cercare la zappa da darsi sui piedi senza via di scampo. Che tutto cambi perché – in realtà – nulla cambi. Perché Eraclito è soprattutto morale della favola al di sopra dei personaggi e in quel continuo divenire che muta le forme e tuttavia non intacca la sostanza; è il forestiero prossimo venturo da guardare con sospetto, ma anche il principio su cui poggia il mondo da contrastare con ogni mezzo, se non fosse che è proprio il contrasto a determinare il mutamento. È – infine – il fuoco destabilizzante delle passioni che generano le cose, di ogni falsità, potere e viltà in cui tutti resteranno invischiati pagando prezzi diversi: mi sarebbe piaciuto che personaggi come Delia o padre Alfio non uscissero di scena in modo così impietoso, ma capisco che l’economia della storia ha le sue regole e l’amore, così come un improvviso risveglio della coscienza, non sono voci previste dall’impeto di quel fiume che travolge ogni cosa si trovi sul suo passaggio, portandolo con sé.

Qualcuno dice che Cinzia ha realizzato un grande e complesso affresco, ma questo continuo ritorno al senso dell’udito mi induce a credere che – piuttosto – abbia scritto musica su uno smisurato pentagramma. In questa storia bisogna tendere le orecchie, ascoltare la voce del muro, seguire i discorsi al tavolino del centralissimo caffè, non perdere il filo dei bisbigli nelle retrovie delle confessioni e negli avamposti delle confidenze, recepire il silenzio di colpe inconfessabili. Ed essere pronti a calarsi altrove a passo di valzer, quando la storia prende una piega inattesa e promette possibilità che verranno tradite, e soprattutto amare l’infelice destino della Tosca che uccide la speranza di un epilogo meno tragicomico.

La musica corre tra le pagine, nel racconto come fosse uno spartito, accompagna gesti e parole scrive i destini, e a me viene in mente una poesia del solito Borges e immagino l’orrore – e il ghigno – di Micciché (mentre il Fortissimo finale soffoca la sua sconfitta) nel ravvisare su quel muro il suo volto.


Cinzia Pierangelini
Eraclito e il muro
GBM, Messina 2006

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2 commenti su “A tutto volume

  1. CINZIA PIERANGELINI
    4 dicembre 2008

    acci son passati due anni… che tristezza infinita.

  2. Stefania Mola
    4 dicembre 2008

    Che tristezza? 😕
    E perché? 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 27 novembre 2006 da in Cinzia Pierangelini con tag .

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