Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

In nome della madre

Anche tra queste pagine, in quattro stanze e tre canti, sono i giorni di Miriàm, la madre incudine, fabbrica di scintille, incinta di un fiato di parole lasciate da un angelo in lei come semi nel vento di marzo, senza neppure sollevare l’orlo del vestito.

Il suo corpo è come zolla di terra spaziosa trattenuta dalle parole dell’avvento lasciate andare. È un’accoglienza silenziosa a fronteggiare il bisogno di Josef, il suo chiedere parole per costruire difesa e argine di fronte alla legge.

E un silenzio che cambia con il crescere della luna, con l’anfora di argilla fresca posata nell’incavo del ventre, due in un corpo solo, uno tra i tanti nella miriade di madri illuminate che attraversa e stria lo smisurato grembo della notte punteggiato di altre stelle.

Un silenzio che parla con la voce di Miriàm/Maria piena di vento e di grazia – che è forza sovrumana di affrontare la vita senza neanche spettinarsi – rivolta a chi sa i suoi pensieri e riempie ogni suo spazio – finanche il respiro, attraverso cui incontrare le sorprese del mondo, i loro margini, la loro misura – sottraendole ogni paura.

Di partire/partorire, di fare con il corpo. Perché «una vita s’annida, cresce e poi trova l’uscita», chiudendo il viaggio. Una madre lo sa, sa cose che le donne e gli uomini non immaginano neanche, e cui non bastano biblioteche intere ma solo pagine scritte dentro. Perché nascere, come morire, è cosa di infinita solitudine e nessuna alternativa. Cosa di donne che improvvisamente sanno, come danzare al ritmo degli accenti sulle sillabe o scacciare i pensieri del loro uomo passandogli una mano tra i capelli.

O ritrovare il centro dopo ogni distacco, imparando a chiudere gli spazi disabitati e a sopravvivere all’inutilità apparente del sacco ormai vuoto dell’attesa. Nonostante le porte serrate e nessun luogo in cui albergare, ora come allora la vita fa il suo corso, e questo basta ad amarla: un Bambino nasce comunque, anche per chi non lo aspetti.

Perché la grandezza e il senso sono dettaglio di un mistero incorrotto da negazione e indifferenza su cui il nostro sguardo si sofferma, tentativo di prossimità che non è un tempo o un giorno ma uno stato d’animo, dentro la vita che [ci] cambia da un’ora all’altra.

Buon Natale anche da me, a chi aspetta e a chi no, a tutti e a ciascuno.

Che felicità sarebbe, nessun obbligo all’infuori di vivere.


Erri De Luca
In nome della madre
Feltrinelli , Milano 2006

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Questa voce è stata pubblicata il 23 dicembre 2006 da in Erri De Luca con tag , .

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