Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Una stanza piena di giochi

Mezzogiorno. I bambini sono a scuola e le loro camerette riecheggiano di un silenzio inquietante. In loro assenza il riordino è limitato allo stretto necessario per lasciare intatta la scena: giocattoli riuniti in capannelli apparentemente casuali, pupazzi che confabulano certi di non essere uditi, scambi di scatola o di mensola. E sacra rappresentazione sul pavimento.

Sono stata io stessa a insegnare loro che i giocattoli hanno una vita segreta, che si risvegliano durante il loro sonno e fanno brevi fughe in loro assenza. Ma ritornano sempre. A volte mi sento esclusa, perché i giocattoli parlano solo con i bambini e invece qui – ora – il silenzio si taglia a fette.

Ha ragione Emanuela Audisio, nell’ultimo inserto domenicale di «Repubblica», quando – ritessendo fili e nostalgie delle stanze dei balocchi di ogni tempo e segnalando l’ultimo, fascinoso libro di Alberto Manguel che ne raccoglie le suggestioni, gli allestimenti e le scenografie – esordisce affermando che i giocattoli, senza bambini, fanno orrore. Per quel sentore svaporato di mondo che può prendere vita solo quando il loro sguardo si posa su di essi. Per quell’incanto come solo le lanterne magiche, i burattini, le ombre cinesi dentro una stanza che diventa culla di ogni simulazione. Laboratorio del mondo libero da opinioni, abitudini, ordine e risposte, ma pieno di domande.

Il cavallo a dondolo, la bicicletta, la bambola, l’automa, l’orsetto, padroni e primi attori dell’estrema solitudine di una stanza vuota, malconci e sfiniti tra le macerie dell’infanzia, boccheggianti sul pelo dell’acqua dopo un naufragio. Solitari. Che è l’aspetto terrifico della loro missione: essere in qualche luogo ed evocare un’assenza, proprio loro, che in sé portano invenzione, scoperta, affetti e fragole, impronte digitali del tempo, nuove geografie e costellazioni di sogni, segreti e misteri del rapportarsi al mondo.

Ha ragione l’Audisio. Con i giocattoli non si torna bambini, ma si diventa grandi. O ci si prova, a lenire le ferite impossibili dei tanti bambini «bruciati» e tristi delle pagine di Dagerman, colpevoli d’innocenza e condannati senz’appello.

C’è sempre un giocattolo dove l’innocenza finisce.

Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 gennaio 2007 da in Alberto Manguel, Emanuela Audisio, Ingmar Bergman, Peter Handke, Stig Dagerman con tag .

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