Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Sexum superando

Nell’antico feudo di Favale, oggi Valsinni, in terra di Lucania nel Regno di Napoli, tutto si penserebbe di trovare fuorché parvenza e riflesso della vivacità culturale di corte in una voce femminile. Eppure lì vi è la storia di Isabella Morra, evocata da un piccolo borgo fatto di case costruite con fango e pietre di fiume e attraversato da stradine e scalette che si inerpicano fino ad un castello accigliato, immerso in una natura di suggestione rara.

Isabella Morra visse brevemente nel XVI secolo, coltivando un amore profondo per le lettere e le arti condiviso con il padre e con il fratello gemello Scipione, che la sorte allontanò da lei in un esilio probabilmente complice nello scrivere la sua condanna. Fu autrice di versi riscoperti da Ludovico Dolce e molto amati da Benedetto Croce, raccolti in un piccolo Canzoniere e scampati alla volontà assassina di cancellare ogni traccia della sua vicenda poetica e umana. Vicenda conclusasi tragicamente prima dei trent’anni per mano dei fratelli Cesare, Decio e Fabio che vollero punire con la morte la sua presunta relazione amorosa con Diego Sandoval de Castro, nutritasi a lungo di un carteggio clandestino e della speranza di un riscatto dei propri orizzonti.

Gli itinerari ricostruiti nel Parco letterario a lei dedicato testimoniano le radici di quei versi nei luoghi che le furono tanto cari quanto angusti, ma anche di un canto nutrito dai sogni e dalle aspirazioni di ogni “verde etate”. Tra quei luoghi il fiume Sinni, il «Siri mio amato», privilegiato interlocutore e confidente anche quando «torbido» e «del mio mal superbo». E tra quei sogni l’anelito ad un approdo in realtà fluttuante tra la profonda solitudine inflittale e un disagio esistenziale profondo. Un disaccordo con il mondo intorno che è prima di tutto incapacità di adeguarsi ad incultura, rozzezza, limite; che è distanza colmata solo dal volo della poesia quand’anche sotto le spoglie di un canto tormentato e dolente.

“Nei suoi versi non c’è il mondo stereotipato e convenzionale delle corti, bensì il vento e il rumore del Sinni, l’urlo delle ulule e quello dei boschi, in altre parole tutta la realtà di una contrada che […] fa tutt’uno col pianto della poetessa, in una dimensione che non è più individuale, ma suggestivamente geografica e sociale”.

(Benedetto Croce)


Diego Sandoval di Castro e Isabella di Morra
Rime
a cura di Tobia R. Toscano, Salerno editrice, Roma 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 21 gennaio 2007 da in Benedetto Croce, Diego Sandoval di Castro, Isabella Morra, Ludovico Dolce con tag , .

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