Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Finzioni e follie

imageLe riflessioni di Marzia nel suo commento al mio precedente post mi inducono a raccogliere alcuni tra i tanti foglietti di appunti in materia di follia di don Chisciotte e di labili confini tra realtà e fantasia, tra autore e creature di penna. Solo alcuni, i primi che rispondono all’appello sbucando dalle tasche…

«Ricordo, per esempio, l’attento commento di Lerner sulla biblioteca di don Chisciotte, che il curato e il barbiere decidono di murare per contenere la sua pazzia. Da solo, mi misi quasi a piangere quando lessi del vecchio cavaliere che saltava giù dal letto in cerca dei suoi libri, incapace di trovare la stanza dove li teneva. Era il mio incubo: svegliarmi e scoprire che il posto in cui tenevo i libri era scomparso, e sentire che non ero più quello che pensavo di essere».
[Alberto Manguel, Diario di un lettore]

«I romanzi cavallereschi fanno di Alonso Quixano il cavaliere errante Don Chisciotte, di una contadina Dulcinea del Toboso, di un ronzino un cavallo da battaglia, Ronzinante. L’abbé Bordelon scrive nel Settecento, sempre in chiave ironica, l’Histoire des imaginations de Monsieur Oufle, in cui le letture di romanzi fantastici inducono il protagonista a credere alle superstizioni e agli esseri soprannaturali più diversi: “L’esperienza ci insegna – scrive Bordelon – che la maggior parte di coloro che hanno la consuetudine di leggere libri d’immaginazione finiscono inevitabilmente con il diventare essi stessi dei visionari”».
[Alberto Castoldi, Bibliofollia]

«Nel sesto capitolo della prima parte, il parroco e il barbiere passano in rassegna la biblioteca di Don Chisciotte; sorprendentemente, uno dei libri esaminati è la Galatea di Cervantes, e risulta che il barbiere è suo amico e non lo ammira gran che […] Il barbiere, sogno di Cervantes o forma di un sogno di Cervantes, giudica Cervantes… […] Codesto gioco di strane ambiguità culmina nella seconda parte; i protagonisti hanno letto la prima, i protagonisti del Don Chisciotte sono, allo stesso tempo, lettori del Don Chisciotte. […] Perché ci inquieta che don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte? Credo di aver trovato la causa: tali inversioni suggeriscono che se i caratteri di una finzione possono essere lettori, noi, loro lettori, possiamo essere fittizi».
[Jorge Luis Borges, Magie parziali del “Don Chisciotte”]

«In genere gli scrittori hanno una presenza storica: non è così per Cervantes che, nella mia mente, è meno reale dei personaggi del Don Chisciotte. Goethe, Melville, Jane Austen, Dickens, Nabokov sono tutti più o meno autori riconoscibili in carne ed ossa; Cervantes mi sembra invece inventato dal suo libro».
[Manguel, op. cit.]

«Uno psicologo moderno potrebbe trovare anche altre interpretazioni della singolare pazzia di don Chisciotte. Ma questi problemi non toccano il Cervantes; sulle cause della pazzia di don Chisciotte egli non ci dà altre spiegazioni che questa: ha letto troppi romanzi di cavalleria e gli hanno stravolto il cervello».
[Eric Auerbach, Dulcinea incantata]

E se il Don Chisciotte fosse un manoscritto – oggi – a caccia di editore? Impagabile:

«Il libro, non sempre leggibile, è la storia di un gentiluomo spagnolo e del suo servo che vanno per il mondo inseguendo fantasie cavalleresche. Questo Don Chisciotte è un po’ matto (la figura è a tutto tondo, il Cervantes sa certo raccontare) mentre il suo servo è un sempliciotto dotato di un certo rozzo buon senso, col quale il lettore non tarderà a identificarsi, e che cerca di smitizzare le credenze fantastiche del suo padrone. Sin qui la storia, che si snoda con qualche buon colpo di scena e non poche vicende succose e divertenti. Ma l’osservazione che vorrei fare trascende il giudizio personale sull’opera.
Nella nostra fortunata collana economica “I fatti della vita” noi abbiamo pubblicato con notevole successo l’Amadigi di Gaula, La leggenda del Graal, Il romanzo di Tristano, Il lai dell’uccelletto, Il romanzo di Troia e l’Erec e Enide. […] Ora se noi prendiamo il Cervantes, mettiamo in giro un libro che, per bello che sia, ci sputtana tutta l’editoria fatta sinora e fa passare quegli altri romanzi per fanfaluche da manicomio. […] Tanto più che questo libro mi sa che è la tipica opera unica, l’autore è appena uscito di galera, è tutto malandato, non so più se gli han tagliato un braccio o una gamba, ma non ha proprio l’aria di voler scrivere altro. Non vorrei proprio che, per la corsa alla novità a tutti i costi, ci compromettiamo una linea editoriale che sinora è stata popolare, morale (diciamolo pure) e redditizia. Declinare».
[Umberto Eco, Dolenti declinare (rapporti di lettura all’editore)]

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Questa voce è stata pubblicata il 13 febbraio 2007 da in Alberto Castoldi, Alberto Manguel, Eric Auerbach, Jorge Luis Borges, Miguel de Cervantes, Umberto Eco con tag .

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