Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Sottosopra

Ogni teogonia annovera montagne che coincidono con la massima concentrazione della divinità e con ogni ierofania. Montagne sacre che sorgono dal centro del mondo e al pari della croce, della scala e dell’albero ne sono asse e radice. Alla sommità – spesso avvolta da nubi e celata allo sguardo – si consumano le nozze sacre tra cielo e terra, mentre alle pendici si apre l’antro infero che riconduce al principio chiudendo il cerchio nel ventre della Grande Madre.

Il mondo greco fa dell’Olimpo, del Parnaso e dell’Elicona dimore degli dèi. Il monte Tabor, luogo di sepoltura di Adamo, coincide con l’omphalos del mondo. Sull’Ararat si incagliano l’arca e il futuro delle specie viventi, sul Sinai Mosè riceve le tavole della Legge e sul Calvario è crocifisso il Cristo. Comunque la si osservi, è una geografia magmatica, che sfugge alle mappe e ridisegna un paesaggio di rivelazione.

Lo si avverte attraverso la lente delle Scritture e di certa scrittura, come quella di Erri De Luca, che non scala solo metafore ma alture vere. Uno strano uomo di mare e di vulcano fattosi uomo di montagna «per approfondire il sentimento di essere un intruso del pianeta», uno straordinario non credente alla continua ricerca delle tracce di Dio. Scrive, De Luca, duettando ancora una volta con il teologo, tenendo per sé di quei monti il Testamento Antico e la discesa.

Ed il fascinoso filtro della lingua ebraica, grazie alla quale riannoda i fili di una storia con la quale – si percepisce – l’intimità conquistata ha un che di fisico. Lontana dalla fede ma dentro le impronte di Dio. Un Dio costipato in un alfabeto, parlante: «qualunque altra lingua sarebbe stata bruciata dall’impatto con l’incandescenza». Dice De Luca: «Ogni montagna di questo libro poggia sopra un suolo di parole ardenti», prefigurando una geografia inquieta in cui i salmi cantano di montagne e valli che saltano come arieti o cuccioli di gregge, e l’impresa più ardua è compiuta da alpinisti solitari del calibro di Elìa o Mosè.

Quella più folle dagli uomini della valle di Shinàr, che sognarono di conficcare le pietre in cielo ma furono dispersi dal brusio babelico e impastato di lingue «spiccate tutte insieme dalle labbra». Perché la costruzione di passi verso l’alto è opera sul vuoto, e la cima l’ultimo gradino, una porta chiusa a cui bussare inascoltato, «un vicolo cieco, dove si sbatte contro lo sbarramento del cielo», inabitabile, che non lascia alternativa al ritorno sui propri passi. Voce del verbo scendere, il titolo delle sue pagine, che da sole valgono il libro (e il viaggio).

«Le nostre traduzioni mettono spirito e anima dove l’ebraico ha vento, soffio, fiato. L’ebraico è lingua fisica e ospita la rivelazione di una divinità che si manifesta in un’entusiasmante varietà di concretezze, in cima alle quali sta l’uso della parola. “Poveri di spirito” è meno forte di “abbassati di vento”, gli oppressi al punto di avere il collo piegato, il fiato rivolto a terra, trascinato al suolo. A tradurre rùah “vento” anziché “spirito”, s’intende meglio un’umiltà: che non è tuo nemmeno il respiro […] che si è ospiti di un vento».


Erri De Luca e Gennaro Matino
Sottosopra. Alture dell’antico e del nuovo testamento
Mondadori, Milano 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 1 marzo 2007 da in Erri De Luca, Gennaro Matino con tag .

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