Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ognuno

«Si è qui tentato di trascrivere modestamente questa fiaba che è di tutti i tempi e appartiene all’umanità intera. Forse è questo l’ultimo tentativo; forse più tardi, dal figlio di un’umanità a venire, dovrà ancora essere ripetuto».

Hanno un sapore profetico le parole di Hugo von Hofmannsthal che con il suo Jedermann, capolavoro che dal 1920 si continua a rappresentare sul sagrato del duomo di Salisburgo, riscrive Everyman, la più famosa morality play inglese, risalente alla fine del XV secolo, luogo e tempo in cui Ognuno è impreparato al viaggio di sola andata che la Morte gli offre e tuttavia abbandonato dagli amici proprio nel momento cruciale. Ognuno muore solo, perché il denaro non basta a corrompere la Morte e a scansarla.

Ponendo tra l’Anonimo quattrocentesco e Philip Roth il suo «dramma della morte del ricco», Hofmannsthal segna un passaggio obbligato nella comprensione di un tema che l’Everyman dei giorni nostri rielabora con parzialità e disincanto. Limiti – e non contributi – alla causa del più ritrito nichilismo. Lì la Morte è ospite non invitato al sontuoso banchetto precipitosamente abbandonato dai commensali, e Jedermann un uomo solo e disperato ridotto a lugubre richiamo con il calare delle tenebre sulla scena, se non fosse per le Opere e la Misericordia che riscattano la sua salvezza.

L’Everyman di Roth – leggo dal risvolto di copertina – prende in prestito la memoria della morality più antica, facendo della fine della vita uno scandalo imperdonabile su cui meditare e del memento mori un tema retorico recuperato dal suo anacronismo. Meditare sulla morte. Roth vorrebbe semplicemente raccontare qualcosa su cui in realtà continua ad interrogarsi costretto a girarvi intorno, restando «a guardare dall’orlo della fossa il terriccio che sale intorno alla bara», ai margini del buco nero senza mai potersi appressare al bordo (nero come l’abito di questo libro che dell’edizione mantiene solo il lettering replicando in negativo l’abbacinante copertina di Salinger; curiosamente agli antipodi di Salinger si pone anche per l’insistita enfasi delle note biografiche. Quasi fastidiosa).

Ai margini, dunque, di un bilancio in cui i conti non tornano, senza poter dire altro che ciò che lì conduce e nel frattempo accade, prima, al di fuori, intorno, enumerando meticolosamente oggetti, pulsioni, circostanze che accompagnano il cammino inesorabile verso quella fine di cui si può solo prendere atto, ricomponendo con precisione le schegge di dolore e consapevolezza che hanno portato all’essere come si è: un uomo di settant’anni, «ex serial husband» capace di allontanare da sé una ad una le persone da cui è amato, normale in tutta la sua banalità spesso meschina, fedifraga, schiava delle pulsioni sessuali in calando e ossessionata dal riaffacciarsi del pensiero della fine a guastare ogni inizio ed ogni passeggiata sotto le stelle in riva al mare, a precludere fino all’ultima possibilità, accompagnando il deperimento del corpo, un corpo diventato «deposito di aggeggi artificiali destinati a scongiurare il crollo», una infinita lista di effetti (ed affetti) smarriti e vuoti a perdere senza morale ma ricca di fatti nudi e crudi. E su tutto, l’arroganza di quel corpo in veste di metro di un senso e testimone di una vita creduta eterna.

Nella più assoluta e vituperata normalità, quella della «realtà della morte che schiaccia ogni cosa», di un confronto che non può essere con lei ma solo con la sua premonizione – che in bocca sa di terra appena smossa e dura a lungo – quella di una storia di dettagli trascurabili resa per frammenti e stereotipi, quella dei fallimenti, della solitudine di fronte alle malattie, delle paure. Una normalità che alla fine insabbia gli errori più inestirpabili ma presenta il conto con la continua risacca del ricordo che restituisca finanche «il sapore della propria carnale esistenza». In un percorso che è un bollettino di guerra scandito da malanni, defibrillatori, prostate, carotidi occluse e by-pass, e da un’attesa del nulla che fa deserto intorno lasciando spazio solo al dolore; ma soprattutto al chiodo fisso di eludere la morte ad ogni costo e all’incapacità di trasformarsi insieme alla vita che si trasforma.

Ognuno è identità (tutti? nessuno?) e durata (eterna) di questo dramma, nei panni di un protagonista senza nome ma sufficientemente prossimo all’autore da coincidere con lui – nonostante l’espediente della terza persona si concentrano in queste pagine tutte le ossessioni di Roth in formato universale – e calzare altrettanto bene a chiunque, anche a noi. Un protagonista già assai lontano dall’Everyman del XV secolo di cui viene indicato come riscrittura, non foss’altro perché nessun giudizio divino pende sulla sua testa: solo rancori umanissimi di figli abbandonati e mogli maleamate, e progressive disgregazioni di rapporti ingannati attraverso la parola, tanto che la verità può essere semplice solo in articulo mortis. Forse perché la morte non le appartiene. E perché per ognuno la morte, la propria morte, è la sola cosa che non lo riguarda.

Io non sono né saggio né ignorante. Ho provato gioie. È troppo poco dire: sono vivo, e questa vita mi dà il piacere più grande. La morte, allora? Quando morirò (forse tra breve), conoscerò un piacere immenso. Non parlo del pregustare la morte che è insulso e spesso sgradevole. Il soffrire abbrutisce. La grande verità di cui sono sicuro è invece questa: provo nel vivere un piacere senza limiti e avrò nel morire una soddisfazione senza limiti.
(Maurice Blanchot, da La follia del giorno
)


Philip Roth
Everyman
Einaudi, Torino 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 13 aprile 2007 da in Hugo von Hofmannsthal, Maurice Blanchot, Philip Roth con tag , .

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