Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

D’acqua e di parole

Cambiare la vita, trasformare il mondo. Un’azione rivoluzionaria. Cos’hanno in comune il mare, la fuga, il viaggio, la lettura, la scrittura (e poche altre cose, come l’amore o il sogno) se non il produrre – in chi li affronti – l’aspettativa consapevole di un cambiamento?

Se (anche) questo era il filo degli ultimi post, arriva inatteso Yves – tra i commenti – a regalarmi un ulteriore tassello. Villa Amalia di Pascal Quignard mi ha incuriosito subito per la promessa di legarsi a quell’attesa, con l’“aggravante” di scoprirvi tra le pagine scenari “familiari”: per chi – come me – è nato all’ombra del Vesuvio, Ischia è uno dei luoghi dell’anima, trama di favole, ricordi e affetti, radice tellurica e bruciata, eppure lussureggiante. Ho recuperato in fretta le immagini catturate l’ultima volta che ci sono stata, un anno e mezzo fa, pochi giorni in un ottobre ancora a piedi nudi, aria di rosmarino, peperoncino, origano e limoni. Un frinire incessante di cicale e nessun tempo, unico indizio la traccia del sole, le cose diversamente illuminate e l’orizzonte che ti gira intorno tra sentieri tracciati da fichi d’India e ginestre, rotolando fino alla sabbia delle baie. Luogo da ascoltare con l’orecchio posato al suolo, per avvertire il respiro caldo della terra e raccoglierne acque e vapori, le lacrime del titano Tifeo, ribelle e prigioniero del ventre dell’isola. A tratti la voce di una pietra che canta, l’incantesimo a cui basta un chiarore di luna per realizzarsi e un po’ d’ebbrezza per essere raccontato.

In attesa del libro (Amazon promette tempi non eccessivamente lunghi) prendo appunti dalla «Rassegna d’Ischia» e rimando alle pagine di Angèle, che a Villa Amalia ha dedicato la consueta e straordinaria lettura attraverso i suoi occhi di mare e d’isola. Siamo fatti d’acqua e di parole, diceva Zena. Di appartenenza, anche. E del desiderio di tutto questo.


Anna Hidden è una donna tradita che rompe ogni legame con il passato, tranne con la madre ed un compagno d’infanzia, incontrato dopo anni per caso, proprio nel momento in cui scopre il tradimento.

Si nasconde, fa perdere ogni traccia, viaggia e, finalmente, approda ad Ischia, dove si sente a casa. «Mi sono subito ritrovata nei sentieri, nei vicoli, nelle ripide scale che sboccano in minuscole piazze, nei tre piccoli vulcani, nei boschi, nelle scarpate, nelle nuvole. Mi sono riconosciuta dappertutto».

Sceglie un piccolo albergo di fronte al castello perché ha una camera che dà direttamente sul mare. «Si apriva la finestra. Dapprima si vedeva la baia, l’isola di Procida. Poi il cielo senza fine che toccava l’acqua». Si lancia alla scoperta dell’isola, lasciando l’albergo tra le cinque e le sei, vagabondando «nella calma e la frescura, nelle ombre così lunghe di fine notte o inizio giorno», prendendo sentieri, vagando sull’erba rorida di rugiada, nelle vigne negli uliveti e nei boschetti, cercando di smarrirsi, «amava smarrirsi, riusciva a smarrirsi», nella ricerca di un angolo ove accovacciarsi e spiare lo spuntar del giorno.

Scopre una villa, Villa Amalia, situata a sud-est dell’isola, di cui si innamora a prima vista e che sembra quasi invitarla a raggiungerla, «come un essere indefinibile, euforizzante, dal quale, non si sa come, lei si sentiva riconosciuta, rassicurata, compresa, ascoltata, apprezzata, amata».

Riesce a convincere i proprietari a fittargliela e finisce per amarne in modo appassionato, ossessionante, la terrazza, la baia, quella parete di montagna ove cercava di aggrapparsi, quell’angolo «di erbe, di luce, di lava, di fuoco interno».

«Al riparo nella roccia, la villa dominava completamente il mare. Dalla terrazza la vista era infinita. In primo piano, sulla sinistra, Capri, la punta di Sorrento. Poi acqua a perdita d’occhio». Anna si affeziona «a quel sito che le dava l’impressione di vivere nel cuore del mare. Curava quel frammento di natura. Ansiosa, si occupava della vita che germogliava, vi affluiva e vi si moltiplicava».

I suoni, i colori, le luci e le albe la rendono felice a tal punto che per lei l’isola sarà «l’emplacement du paradis».

«C’è una luce diffusa nelle acque del mare che sembra salire dal fondo dell’abisso. Non affiora mai, ma gioca sotto i corpi, sotto le alghe, nelle ombre degli scogli d’Ischia. Forse il chiarore d’origine vulcanica. Una luce che non sembra affatto provenire dal sole sfiora i corpi che nuotano qui. […] La luce della baia di Napoli è forse la più bella che si possa immaginare in questo mondo. Tutto odorava d’acqua e somigliava all’acqua, le minuscole onde lontane, la marea della luce, la terra del giardino di nuovo fresca, smossa da lei in onde piccole, brune e nere, a colpi di zappa, dopo ogni rovescio d’acqua».

Rifugiatasi ad Ischia per perdere persino il ricordo della vita precedente, Anna ha forse gridato troppo alto e troppo forte quel suo sentimento di felicità e, come scrive Guylaine Massoutre, «le feu meurt dans la roche qui refroidit. La mort rôde sur le volcan».

[Giovanni Castagna, in «La Rassegna d’Ischia» 6/2006, pp. 29-30]

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Questa voce è stata pubblicata il 5 maggio 2007 da in Pascal Quignard, Vilhelm Bergsøe con tag , , .

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