Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Questa vita è una catena (di libri)

Nell’accettare di buon grado l’invito di Guido mi trovo tuttavia in seria difficoltà. Perché scegliere cinque incipit tra le migliaia di incontri occorsi fino a questo momento della mia vita costringe ad una gerarchia ancor più assurda di quella che ti chiede di scegliere i cinque o dieci libri da salvare in caso di apocalisse o da portare con te su un’isola deserta.

Ho amato (e amo) libri con incipit non memorabile, così come spesso i miei incipit preferiti non corrispondono automaticamente a libri più amati di altri. Però ammetto che nella scelta che metto in gioco (rapida e senza tentennamenti) convergono un po’ tutti gli aspetti che fanno di un libro il tuo compagno di viaggio, non ultimo l’aspetto affettivo, legato alle circostanze che mi hanno condotto a quelle pagine.

Vado a trascriverli, non prima di aver passato il testimone, come catena vuole – e se loro vorranno: a Remo (che agli incipit dedica da tempo una parte della sua attenzione e una sezione apposita nel suo blog), a Zena (che ama gli incipit come i lunedì, perché crede nell’energia buona degli inizi e rifugge i commiati), a Marianna e a Simona (entrambe – come la sottoscritta – nate sotto il segno della Libra… o del libro?), e infine a Patrizia, perché è una lettrice ma soprattutto un’insegnante che riesce a contagiare i suoi ragazzi con il morbo di Gutenberg.

Ecco dunque le mie scelte “incipitarie”, che riporto prima di “pentirmi” e modificarle.

Italo Calvino, Marcovaldo

–> «Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati da fieno che starnutano per pollini di fiori d’altre terre. Un giorno, sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che prendeva proprio lì ogni mattina il tram. Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto».

Raymond Queneau, I fiori blu (traduzione di Italo Calvino)

–> «Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs.
Il Duca d’Auge sospirò pur senza interrompere l’attento esame di quei fenomeni consunti. Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane. I Normanni bevevan calvadòs.
– Tutta questa storia, – disse il Duca d’Auge al Duca d’Auge, – tutta questa storia per un po’ di giochi di parole, per un po’ d’anacronismi: una miseria. Non si troverà mai via d’uscita?».

Cesare Pavese, La luna e i falò

–> «C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”».

Joseph Conrad, La linea d’ombra (traduzione di Francesco Arcangeli e Gabriella Festi)

–> «Soltanto i giovani hanno tali momenti. Non parlo dei giovanissimi. No. I giovanissimi, a dire il vero, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere oltre il presente, nella bella e ininterrotta speranza che non conosce pause o introspezioni.
Ci si chiude alle spalle il cancelletto della pura fanciullezza e si entra in un giardino incantato. Persino le sue ombre brillano di speranza, ogni svolta del sentiero ha le sue seduzioni. E non perché si tratti d’un paese inesplorato. Si sa bene che tutta l’umanità ha percorso quella strada. È il fascino dell’esperienza universale, dalla quale ci si aspetta una sensazione personale o straordinaria – un po’ di noi stessi».

Björn Larsson, Il porto dei sogni incrociati (traduzione di Katia De Marco)

–> «C’erano giorni, sull’Atlantico, senza una nuvola all’orizzonte, in cui il mare e il cielo erano dello stesso azzurro profondo. In quei giorni un sole tagliente illuminava masse d’acqua in tumulto, le creste candide delle onde si strappavano in brandelli di schiuma, la nave rollava su quelle enormi montagne d’acqua e un vento implacabile sollevava un pulviscolo di spruzzi che accendeva fugaci arcobaleni attorno alla prua. Era quel genere di giorni per cui certe persone sarebbero pronte, sia pure in senso figurato, a dare la vita. Ma che la maggioranza darebbe qualsiasi cosa per evitare, non fosse altro che per paura della morte. O della vita».

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Questa voce è stata pubblicata il 7 maggio 2007 da in Björn Larsson, Cesare Pavese, Italo Calvino, Joseph Conrad, Raymond Queneau con tag , .

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