Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

La testa fra le nuvole

Prima che il maestrale le spazzasse via tutte abbiamo fatto il gioco delle nuvole. Mia figlia mi ha chiesto perché non cadono, mio figlio perché ci seguono anche quando l’auto sembra vada velocissima. E poi ricordavamo il severissimo signor Darling, incapace di scorgere nelle nuvole che velavano la luna piena la sagoma dei sogni che aveva conosciuto da bambino, mentre i suoi tre pargoli salutavano il veliero ripartito alla volta dell’Isola-che-non-c’è. Io intanto raccontavo loro di animali strani e contorsionismi acrobatici, tracciando con l’indice profili improbabili di storie già un attimo dopo ridisegnate dal vento. Come si sa, nessuno può vedere in una nuvola la medesima cosa ravvisata da un altro sguardo.

Perché non sono tutte uguali, agli occhi di chi si prenda la briga di contemplarle. Possono essere quello che sono ma anche quello che sembrano; non solo una concentrazione di gocce d’acqua ma un profilo, un viso, un dio dei miti e dell’infanzia, Bob Marley, gatti che ballano la salsa, una città, un animale fantastico, il settimo nano alla disperata ricerca degli altri sei (aveva pure il piccone in spalla, una volta: l’ho visto), e mille altre forme impensabili che sovvertono persino la legge di gravità. Le nuvole – nonostante pesino più dei pensieri e di decine di elefanti – non cadono.

Il doppio sguardo è un privilegio e un invito, pare faccia bene all’anima. Rieduca l’attenzione, assegna nomi diversi e “personalizzati” e distingue le nuvole in base al carattere: gli strati sarebbero noiosi, i cumulonembi infidi e gli altostrati anonimi, benché l’alba e il tramonto conferiscano a questi ultimi una speciale magia che li riscatta: se mai ci fosse cosa più emozionante di un cielo terso sarebbe proprio un cielo abitato e solcato dalle nuvole.

C’erano tempi in cui individui serissimi e insospettabili si imbarcavano o prendevano un treno per poter seguire la loro nuvola preferita o rincorrere quelle più affascinanti; oggi, nel migliore dei casi, sorridiamo di questo passatempo bizzarro e aspettiamo che passino.

 

 

Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.

Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi,
fili di lana
o piume – distanti –
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

(Antonia Pozzi, Ricongiungimento)


Gavin Pretor-Pinney
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Guanda, Parma 2006

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Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2007 da in Antonia Pozzi, Gavin Pretor-Pinney con tag , .

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