Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

A passo d’uomo

biciI momenti d’essere* non amano gli spazi disgregati e snaturati dalla velocità. Viaggiano a piedi, si nutrono di danza, scrivono gli accadimenti servendosi di alfabeti sepolti e ingannano il tempo lineare cancellando la fretta, sì che il fiume in piena ci scorra accanto e noi, ben saldi nella terra e nel corpo, restiamo. Senza l’urgenza di qualcosa che sia più avanti del “qui” ed “ora” e che bruci i giorni. Fagocitare e consumare sono solo due tra le tante aberrazioni che molti amano e che altrettanti subiscono, perché «oltre una velocità critica, nessuno può risparmiare tempo senza costringere altri a perderlo».Ci sono molti fili che si riannodano intorno a queste riflessioni che sembrano peregrine e svincolate dalla logica interna delle cose (che esisterà, poi? Chissà). Mi viene in soccorso ancora una volta lei, e la certezza che «il metodo di raccontare per filo e per segno non può essere giusto; nel cervello le cose non accadono in quel modo». Pensavo a quanto si diceva a proposito delle radici delle parole, capaci di svelare relazioni tra le cose perdute o esaurite dal progressivo allontanarsi reciproco, da una disattenzione (come suggeriva Stefano) capace di usurarle e svuotarle, la stessa distrazione che fa di molti rapporti umani delle scatole vuote. E noi, ogni giorno, come le Danaidi, incapaci di affrontare il tempo della lentezza e dell’attenzione che ci costringe a imbatterci negli esseri e nelle cose. Anche in noi.

Tutte queste digressioni per unirmi all’elogio delle due ruote, ché «gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni sociali e produttive solo alla velocità della bicicletta», che lava lo sguardo e rinfresca i pensieri, soprattutto quando si hanno un’infinità di strade fuori e nessuna dentro.

C’è il maestrale a ridipingere il cielo, ma anche la stanza dello scirocco a proteggere la diaspora dei ricordi e ad asciugare i pennelli. E una terra ad assorbimento rapido e rilascio lento, come un respiro esausto. A sud delle cose, a volte, la deriva del tempo non riconosce le ore sfinite battute da orologi dimentichi. Si disimpara sé stessi congedandosi con una scusa, abitando il passato prossimo e piegando la solidità della sabbia alle proprie mani, perché di quel tempo conservino la forma lasciandolo andare, senza avere abbastanza parole, mai più abbastanza parole.

Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. Sempre. Tutto insieme. Perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.

*[Virginia Woolf, Momenti d’essere, La Tartaruga, Milano 1977]


 

Ivan Illich
Elogio della bicicletta
Bollati Boringhieri, Torino 2006

[La foto è stata scattata a Fossacesia (CH), dall’abbazia di S. Giovanni in Venere guardando l’Adriatico, verso sud, lo scorso aprile]

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2007 da in Bruce Chatwin, Ivan Illich, Mariangela Gualtieri, Virginia Woolf con tag , .

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