Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Dal balcone del corpo

E io a lui: “I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando“.

Per Dante era quest’obbedienza a far scaturire la scrittura. La strana esperienza di un esilio da sé, non imposto ma necessario, che porta a cercare un senso sradicato dalla propria vita e dal proprio corpo.

«Eppure esiste il modo di sopportare. Basta la notte: l’anima si ispessisce, velocemente si forma la crosta e la mattina si può uscire, attraversare la città con relativa calma, sordità, cecità. Solo lembi di ciò che è bruto fuori di noi: un pezzo di camicia, un colore, una mano, un grumo di fastidio, una folata di odio.

Su tutto l’anestesia del farmaco, la percezione del dolore trasportata all’esterno,
vista dal balcone del corpo».

Perché scrivere – tra le altre cose – significa essere un po’ nomadi. Significa appartenere un po’ alla propria terra e contemporaneamente ad un’altra. Esprimere sé stessi solo a patto di intridere il proprio sguardo e il proprio ascolto in un paese misterioso la cui lingua ci sia ignota. Un nomadismo tutto interiore, che varca confini non necessariamente solo geografici: «Io è un altro» diceva Rimbaud giungendo al fondo di ciò che pensava di conoscere; «nomade» si autodefiniva Ungaretti traversando i deserti, gli oceani e le trincee della sua biografia; e in tasca, la medesima domanda di tutti i cercatori di senso, che fossero scrittori come Melville o artisti come Gauguin, più potente di ogni dismisura d’orizzonte spalancato dalla possibilità del viaggio, uguale sotto ogni cielo ed ogni latitudine.

Chi va cercando non si sente mai a casa e tuttavia, ovunque, le cose gli sono familiari.

«Venite pensieri vi penseremo a fondo ora che è mattino.
La luce vi fa sembrare tanto forti da raschiare il buio
come se avessimo un coccio e la notte fosse cuoio.
C’è un geco sul granito.
Il suo ventre oscilla come acqua di fonte.
È spaventato. È attento.
Aspetta senza capire.
Come succede a noi
quando un saluto di colpo si trasforma in addio».


Antonella Anedda
Dal balcone del corpo
Mondadori, Milano 2007

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