Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Res amissa

C’è un giorno che ci siamo perduti come smarrire un anello in un prato

Il bell’articolo di Beppe Sebaste pubblicato all’interno dell’ultimo inserto domenicale di «Repubblica» e dedicato all’arte di trovare le cose nonché alla paura di perdere se stessi, ci porta a visitare i “magazzini della dimenticanza” fondati su quegli oggetti smarriti (nella loro più corretta accezione di oggetti trovati) che scontano il prezzo di certa frettolosa disattenzione e di una continua (e spesso involontaria) opera di rimozione della ridondanza dalle nostre vite. Oggetti capaci di raccontare storie, profili, biografie, di delineare il ritratto dell’anonimato e dar voce a quelle mani stanche che hanno allentato la presa e lasciato andare.

Non manca – l’autore – di sottolineare il fascino letterario di quello smarrirsi, che rispetto al perdersi pare quasi conservare la speranza di un riscatto, e sa di erranza urbana, di folla e stordimento, di un avanzare ondivago e ad ogni passo più dimentico, anche di sé.

E di ricordare il Caproni postumo e più pertinente, rammentando come il verbo latino amittere sottintenda la possibilità della perdita e di conseguenza l’impossibilità del possesso: res amissa sono le cose che si son lasciate cadere, andar via, scivolare di mano, cose di cui si perdono contezza e memoria, finendo per dimenticarne la collocazione nello spazio, ma anche la stessa natura e sostanza. E questo nonostante la premessa di una loro intrinseca preziosità e il presupposto di una amorosa custodia.

Oggetti [de]relicti, cose non solo smarrite, ma anche – complice il tempo – che ci si dimentica di aver perduto.

«Si ha l’impressione che questo campionario della Waste Land universale stia per rivelarci qualcosa d’importante: una descrizione del mondo? Un diario segreto del collezionista? O un responso su di me che sto scrutando in queste clessidre immobili l’ora a cui sono giunto? Tutto questo insieme, forse. Del mondo, la raccolta di sabbie scelte registra un residuo di lunghe erosioni che è insieme la sostanza ultima e la negazione della sua lussureggiante e multiforme parvenza».

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2007 da in Beppe Sebaste, Giorgio Caproni, Italo Calvino, Ivano Fossati con tag .

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