Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Liquidazione

survival«…se hai un mondo, è la scrittura ad aver creato tutto questo per te, e continua senza interruzione a crearlo, è il logos, la ragnatela invisibile che tiene insieme la nostra vita».

Un geniale scrittore e traduttore chiamato B. Poi Keserű, suo amico e collega, il cui nome significa “amaro”. Una commedia manoscritta, Liquidazione, che racconta in anticipo e «con preveggenza cristallina» cose che sarebbero accadute, e un’opera ultima, un romanzo che non c’è perché divorato dal fuoco, secondo la volontà di B., suo autore.

Che si uccide, lasciando a Keserű lo sgomento di scoprire di essere finito nella sua storia e di vivere dentro le parole del sopravvissuto che lui era stato, senza per questo sapere se gli «spetti o no il diritto di vivere ancora» né di poter accedere alla risposta contenuta nel libro assente, nell’«opera perfetta» e perduta che deve esistere («un grande scrittore non si lascia alle spalle un’opera incompiuta») eppure non c’è. Perché «soltanto grazie alle nostre storie possiamo sapere che le nostre storie sono giunte alla fine», perché anche l’errore più irrimediabile – «chi nasce non può farci nulla» – se scritto «diventa una storia».

Se mai avessimo avuto la leggerezza di immaginare la realtà avvinghiata alla terra, di crederla fissa, immobile, univoca e decifrabile, queste pagine ci riportano nel senso più fluido e precario di ogni apparenza. Giocano senza preavviso su registri narrativi diversi, ad esempio, slittando dal racconto al testo teatrale, alla lettera, dalla prima alla terza persona, dal dentro al fuori, dalla realtà alla sua rappresentazione (o visione). Indulgono nella ricorrenza martellante di quella liquidazione che è decostruzione e smantellamento di punti di riferimento, certezze, sensi e significati, ma anche ombra di sé e sostanza della propria «inverosimiglianza». Recuperano alla vita il coraggio e la ribellione di restare in vita, senza mai riuscire a capire se quella da vivere sia una storia scritta già prima o se si sia semplicemente attori bravi nel fare la propria parte, determinati al punto di «identificarsi con il ruolo prescritto per poter dare compimento alla storia».

C’è Auschwitz nella certezza che il Male sia il principio della vita e nella [in]comprensibile follia di B., innervata sin nel lessico e nel campionario di parole di cui aver paura, deflagrante in quel “ringraziare del sogno” la donna amata cui infligge la pena di ritrovarlo senza vita. C’è la ferita non risanabile per la quale sopravvivere non è una vittoria ma il giorno dopo quella morte mancata. E c’è anche l’amore per la scrittura, la fiducia e il disincanto, perché «l’uomo vive come un verme, ma scrive come gli dèi», e quel «caos sconnesso e oscuro che soltanto la scrittura riesce a tenere in piedi» anche se condannata a morire insieme alla mano che ne ha tracciato il solco, anche se condannata a vivere in mezzo a uomini senza ricordi – perduti o liquidati – senza passato né futuro, senza storia.

È sempre colpevole chi rimane in vita, ma saprò sopportare la ferita.


Imre Kertész
Liquidazione
Feltrinelli, Milano 2005

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Questa voce è stata pubblicata il 27 giugno 2007 da in Imre Kertész con tag .

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